Pubblicato da: PAdBN | 25 settembre 2008

Infanzia berlinese

«Sono stato spesso ammalato. Da qui proviene forse quella che altri in me definiscono pazienza, ma che in realtà non assomiglia ad alcuna virtù: la tendenza a vedere tutto ciò a cui tengo avvicinarsi a me da lontano come le ore al mio letto di ammalato».

Walter Benjamin, Infanzia berlinese intorno al Millenovecento (Berliner Kindheit um neunzehnhundert, ultima redazione 1938), ed. it. Einaudi.

Benjamin prende spunto dalla sua infanzia, a Berlino in una famiglia della borghesia ebraica, dagli oggetti e dalle piccole abitudini, dalle strade che attaversava e dalle letture di allora, per riflettere sul passato e sul presente, sui cambiamenti personali e della società che lo circonda, sui piccoli misteri quotidiani e sulla realtà che rivelano una volta cresciuti.

Nota personale. Un libro di frammenti, a sua volta frammento: pervenuto in più stesure, nessuna definitiva, e pubblicato postumo. Una serie di “fotografie fiabesche” (la definizione è di Adorno) di una Berlino filtrata attraverso una visione personalissima. Una prosa poetica che scava nel passato (come la Recherche) con un certo autocompiacimento frammisto al senso di colpa, ma è proiettata nel presente. Pagine che indagano i topoi cari al Benjamin saggista: la città, il moderno, i passages, gli oggetti quotidiani, il flaneur metropolitano, il tempo, la borghesia e i margini della società, le letture e le scritture, i media (come il Kaiserpanorama). Ho sempre pensato – qui lo dico e qui lo nego – che Benjamin, al di là di alcune intuizioni innegabilmente geniali, sia spesso trasfigurato nell’icona e che molta sua fortuna derivi da amicizie potenti (come in accademia accade spesso) e dal “mito” della morte prematura, braccato e suicida (come in accademia accade meno spesso). Ma, superati gli scogli iniziali di uno stile difficile e dei riferimenti oscuri alla realtà tedesca, e la distanza – forse invidia – di ricordi fin troppo vividi da apparire costruiti dal Benjamin adulto, “lettore di se stesso” (come indica il saggio di Peter Szondi, in appendice), la raccolta presenta inaspettate fonti di interesse, riflessioni acute e originali, illuminazioni, e una generale sensazione di uniformità del progetto e di sua affinità con altre idee e letture.

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