Pubblicato da: PAdBN | 26 gennaio 2009

Milk

milk

Milk (2008), regia di Gus Van Sant.

La battaglia politica di Harvey Milk, primo omosessuale dichiarato eletto a una carica pubblica statunitense. Nel racconto retrospettivo dettato a un registratore, Milk ripercorre le tappe di un percorso lungo otto anni: l’incontro casuale con Scott e la decisione di cambiare vita e spostarsi a San Francisco, la trasformazione del quartiere di Castro, la progressiva crescita dell’impegno politico, la formazione di un gruppo di attivisti, la decisione di candidarsi, i ripetuti fallimenti, l’elezione a supervisor, la gelosia tragica del nuovo compagno, le manifestazioni di piazza, la battaglia vinta contro la proposition 6. Fino all’epilogo, dove salta il racconto in prima persona: l’omicidio di Milk e del suo sindaco, opera di Dan White, consigliere conservatore messo in ombra dal sempre maggiore protagonismo del collega. Uno sparo, un’immensa fiaccolata.

Nota personale. La classica grande “storia vera” americana, con i momenti di difficoltà, i discorsi ricchi di enfasi, il successo imprevisto, la commozione, l’epilogo. Raccontata in maniera tecnicamente impeccabile, ma senza quel qualcosa in più che mi sarei aspettato. Perché a ripensare al film non ci sono sbavature. La regia è magistrale, ora incollata ai personaggi ora alla ricerca di virtuosismi tecnici e persino metatestuali (come le riprese riflesse in vetri, specchi e altri oggetti, o il gioco di dissolvenze tra sfondi e primi piani). Il materiale di repertorio è integrato perfettamente alla storia: siano la sigla iniziale, gli spezzoni televisivi, persino le immagini conclusive del “cosa è successo dopo”. La fotografia ha soluzioni originali, alternando gli ambienti iper-definiti in cui si svolge la narrazione ai piani di ambientazione ripresi in perfetto stile (colore, luce) anni Settanta. Le interpretazioni trainano il film, da Sean Penn a Josh Brolin, passando per James Franco ed Emile Hirsh. Persino il richiamo all’opera riesce a non essere pacchiano. Ma c’è qualcosa che non va, qualcosa che manca. Forse è il doppiaggio. Forse un eccessivo piglio caricaturale. Forse la mancanza di rielaborazione e distacco da parte dell’autore. Forse l’abitudine dello spettatore a questo tipo di storie, comunque mai applicato prima a questi temi. Forse le aspettative troppo grandi. Chissà. Da vedere, comunque.

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Responses

  1. Il richiamo all’opera invece penso sia stata una delle poche note stonate del film. Che io ho trovato bello anche se a volte debole di ritmo.


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