Pubblicato da: PAdBN | 14 gennaio 2009

Fuga dal palinsesto. O suo (eterno) ritorno

Palinsesto. Parola che sembrava scomparsa, almeno stando a sentire le previsioni sulle magnifiche sorti e progressive della nuova televisione. E che invece, nelle ultime stagioni, è tornata a farsi sentire. Come modello da cui non si può prescindere, schema da sottoscrivere o controbattere, elemento di tensione con cui vanno fatti i conti. Nei riguardi del palinsesto si possono individuare, contemporanee e complementari, due tendenze. La prima, per certi versi centripeta, riporta la griglia di programmazione al centro dei pensieri di broadcaster e produttori (ammesso che ne sia mai uscita). La seconda, centrifuga, consente invece a un gruppo di spettatori più ristretto ma determinante, i fan, di superare, almeno in parte, una struttura predeterminata (e, più in generale, il medium televisivo).

Per alcuni anni l’idea prevalente è stata quella di un trionfo del contenuto. L’emergere e l’imporsi di una serialità americana di grande qualità, da Desperate Housewives a Six Feet Under, da Pushing Daisies ai Soprano, ha contribuito in modo determinante a centrare l’attenzione sul prodotto più che sulla sua collocazione. Ma proprio il fallimento (o comunque la performance modesta), sulla tv generalista, di serie acclamate come Lost, Heroes e Ugly Betty ha messo in luce differenze anche grandi in quello che appariva come il blocco compatto della serialità made in USA. Differenze che guidano le scelte dei programmatori, e quindi degli spettatori. Da un lato, ci sono telefilm dallo sviluppo prevalentemente verticale, con storie che si esauriscono nella singola puntata e che non richiedono (troppe) conoscenze pregresse, perfette per una programmazione tradizionale e capaci di attirare un pubblico che soddisfa (o supera) le medie di rete: CSI, Senza traccia, Criminal Minds sono i nuovi Colombo e La signora in giallo, godibili appieno anche se si perde un episodio e quindi adatti alla messa in onda “senza repliche” della generalista. Dall’altro, ci sono le serie “serializzate”, dalla forte linea narrativa orizzontale, che richiedono allo spettatore uno sforzo cognitivo non indifferente e che per questo inesorabilmente finiscono per perdere ascolto a ogni puntata: lo spettatore di Lost non può saltare nemmeno dieci minuti, così preferisce guardare la serie su quei canali pay che, oltre a trasmetterla prima, gli consentono numerose possibilità di recupero, dalla replica alla registrazione digitale. La serie, come dice la parola stessa, include una griglia, un ordine, una scansione. E sta al programmatore cercare una quadratura, non sempre ottimale, tra obiettivi della rete, esigenze del pubblico, caratteri del testo. Anche sulla tv digitale, sia essa terrestre o satellitare, gratuita o a pagamento, la struttura della programmazione si rivela fondamentale per dare la scansione delle novità e dei recuperi, dei cicli e degli eventi. E questi meccanismi si relazionano al testo. Basti pensare, restando ai telefilm, a In Treatment, serie via cavo che porta inscritti al suo interno i ritmi della messa in onda: ogni giorno feriale, lo psicanalista interpretato da Gabriel Byrne affronta un cliente diverso, a sancire un riallinearsi dei tempi televisivi ai ritmi sociali, anche nel panorama convergente. Infine, persino le forme più slegate dal broadcasting, come IPTV e Net Tv, si sono accorte della necessità di preparare un palinsesto, magari una traccia navigabile sempre più simile a una playlist, ma capace di mettere ordine e dare forma a un “magazzino” troppo ampio per essere affrontato da uno spettatore senza bussola.

Se si conferma un’arma essenziale per “catturare” un pubblico generalista, più ampio, il palinsesto perde in parte la sua presa, o diventa addirittura un ostacolo, per lo spettatore fedele, fortemente fidelizzato, in una sola parola fan. Il fandom si allarga, diventa “liquido”, si estende da un singolo prodotto a un intero genere, come avviene (ancora una volta) nel caso della serialità. Molti fenomeni, piccoli e grandi, vanno verso questa direzione. La diffusione dei cofanetti DVD, con intere stagioni di telefilm presenti e passati, trasforma una catena di episodi originariamente singoli in un’esperienza immersiva dentro un mondo possibile. YouTube consente a chiunque di isolare frammenti unici di scene talvolta ancora inedite, di collegarli tra loro, di rielaborarli per dare origine a nuovi effetti di senso. Gli stessi produttori estendono i loro contenuti attraverso altri formati e altri media, usando i prodotti come franchise, alla costante ricerca di nuovi punti di contatto (touchpoints) con spettatori abili, curiosi e smaliziati: dal riassunto-collage di tre stagioni di Lost in 8 minuti, trasmesso anche da Fox e da Raidue, al magazine ufficiale, dal videogioco alle graphic novel, dagli alternate reality games come la Lost Experience ai video “supplementari”, dai falsi siti web al più classico dei merchandise, il fan, sempre più “bracconiere”, trova ovunque i pezzi di un macro-racconto che ha sì il suo centro nel testo (e nel palinsesto), ma giunge presto altrove; persino la quasi immobile fiction italiana, con I liceali e I Cesaroni, inizia a seguire questa strada, per esempio attraverso le novellizzazioni, romanzi scritti a partire da personaggi e ambienti della serie. Infine, va considerato in questo quadro il sempre maggior numero di persone che scaricano illegalmente dal web (o scambiano per vie più o meno legali) gli episodi in inglese dei telefilm preferiti, facendosi spesso aiutare nella visione dai sottotitoli in italiano che intere comunità di fan preparano praticamente in tempo reale.

Ancora una volta, però, parlare di fine di una struttura è prematuro. Perché, se pure il palinsesto italiano può risultare “inutile”, il riferimento essenziale per i nuovi episodi, i paratesti, i contenuti generati dagli utenti, persino i cofanetti, diventa quello del paese di origine, quello americano. E sempre di criterio ordinatore si tratta.

“Fuga dal palinsesto. O suo (eterno) ritorno”, il mio contributo a GECA Italia, Annuario della televisione 2009, Guerini e associati, Milano 2009.


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