Pubblicato da: PAdBN | 5 gennaio 2009

Icaro involato

Icaro involato

«Oh quanto a me, sono più letto che lettore».

«Icaro: Una volta liberi, non abbiamo gli stessi desideri? gli stessi bisogni? le stesse facoltà? Non dobbiamo sottostare alle medesime necessità della vita?
Maitretout: Una volta liberi, sì, ma rischiamo sempre di tornare a un’altra condizione, se veniamo recuperati. Non così l’altra gente.
Icaro: Che ne sappiamo? Forse è la stessa cosa. Son forse personaggi di un’altra specie di autori.
Maitretout: Non riesco a seguirla».

Raymond Queneau, Icaro involato (Le Vol d’Icare, 1968), ed. it. Einaudi.

Icaro è un personaggio nato dalla fantasia di Hubert, uno scrittore parigino di fine Ottocento. Alto 1.76, bello, dal fascino magnetico, un giorno prende la fuga. Ignaro del mondo, in un’osteria prova l’assenzio e incontra LN, prostituta che si innamora di lui, decide di mantenerlo e inizia a pensare di trovarsi una professione onesta (come del resto fa Icaro, che lavora come meccanico in una delle prime officine). Nel frattempo, Hubert si mette alla ricerca del suo protagonista smarrito, ingaggiando un investigatore stralunato, Morcol, e coinvolgendo – come sospettati, come complici, come testimoni – alcuni colleghi scrittori, il suo medico (e apprendista psicoterapeuta), altri personaggi di storie sue e altrui. Peccato che, nonostante le sorprese e le intricate relazioni, il destino sia già scritto. Nomen omen.

Nota personale. Uno trova il libro, lo sfoglia velocemente e decide di prenderlo, convinto di avere tra le mani un’opera teatrale. Errore. Icaro involato è a tutti gli effetti un romanzo, che usa e si fa gioco delle convenzioni del linguaggio teatrale: le battute di dialogo sono indicate con la notazione del personaggio, le parentesi e gli a capi, ma ci si accorge presto che le pagine saranno una continua presa in giro di tali marche di genere, tra personaggi che cambiano nome nel corso dell’atto, didascalie romanzesche evidentemente impossibili da portare sulla scena, richiami e battute comprensibili solo al lettore “su carta”, più la sistematica infrazione delle norme di unità di spazio e di tempo lungo l’enorme numero di atti differenti. Ma non basta. Il gioco metalinguistico non si limita al teatro, come è evidente dalla trama, e ragiona sulla contiguità tra letteratura e vita, tra persona e personaggio, così come sui vizi e i tic del mondo letterario e degli altri intellettuali (il medico, il tecnico, il detective), in una continua infrazione delle presupposizioni di genere e di formato che il lettore finisce per formulare quasi a ogni pagina. E non basta ancora. Perché tutta la storia si dipana con una soavità, una leggerezza, una piacevolezza che va oltre il piacere – pur grande – dell’ironia, della frustrazione del lettore, della messa in scena di manie, del gioco linguistico da Oulipo. I personaggi, che nascono e muoiono nei loro dialoghi e nelle loro relazioni, sono appena abbozzati ma presto evidenti. I luoghi sono uno sfondo spesso simbolico. I tempi, con l’enfasi sul progresso, sulla tecnologia, sul caffé letterario e sul letterato maudit, aumentano la favola. Ogni particolare, anche il più trascurabile, presto o tardi ritorna, anche solo in un’eco apparentemente casuale. Capolavoro. Come, del resto, I fiori blu.

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Responses

  1. pienamente d’accordo, fra i capolavori di Queneau merita un posto d’onore


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