Pubblicato da: PAdBN | 3 gennaio 2009

Il buio, il fuoco, il desiderio

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«Il rock di oggi copia il futuro di ieri e lo rende passato, quello di un tempo inventava un passato mitico per immaginare un futuro. La cultura pop ha invece colto al volo l’opportunità modernista dell’esaltazione del simulacro».

Gino Castaldo, Il buio, il fuoco, il desiderio. Ode in morte della musica (2008), ed. Einaudi.

La tesi è semplice: la musica nella sua storia è dovuta morire tante volte, e altrettante rinascere, così da rinnovarsi e rimanere legata al tempo e alla comunità. Oggi, nonostante gli allarmismi di stampo tecnologico, non ci sono più segnali evidenti di questa morte nelle forme e nei contenuti – segno forse della morte vera e propria. E, soprattutto, non ci sono segnali di rinascita: il nuovo è scomparso, sostituito dal riciclo, dalla formula commerciale, dal simulacro. Eppure la musica è fortemente intrecciata a bisogni e sensazioni antropologiche: il buio del silenzio, della notte e del mistero; il fuoco della passione e della distruzione; il desiderio d’amore, di un mondo migliore, di uno sfizio senza pretese. Ed è da qui che una nuova musica potrebbe ripartire, “uccidendo” Jimi Hendrix e Kurt Cobain e ricominciando il ciclo della storia.

Nota personale. Il pamphlet si suddivide nettamente in due parti. La prima è la diagnosi, analizza le cause della crisi attuale, le caratteristiche eterne e quelle storiche della musica, i legami con la tecnologia e con il pubblico, i principali momenti di svolta. La seconda è un tentativo di cura, ricerca le radici della musica – quale che sia: classica, jazz, rock, pop – nei tre elementi del titolo e cerca di ipotizzare da dove si potrebbe ripartire. La trattazione, più che un discorso organico, è un accumulo in crescendo di voli pindarici, cenni, citazioni, che spesso cade nel tono mitico ed “esaltato” di tanta letteratura musicale: idiosincrasie, giudizi passati per legge, enfasi sui presunti elementi ancestrali, accettazione acritica della mitologia rock, sincretismo musicale. Ma con alcuni punti di forza: la capacità di trovare echi e connessioni tra musiche di tradizioni anche molto diverse; la grande competenza nel campo musicale (e non solo in una sua parte); soprattutto, la grande passione che trasuda da tutto il libro (persino nei suoi eccessi “barocchi”). Insomma, forse la tesi è impressionistica e lo sviluppo aggiunge poco a quanto già scritto altrove, ma la ricchezza di spunti, anche solo accennati, vale bene una lettura. Almeno per chi è appassionato di musica.

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Responses

  1. Beh, complimenti. Malgrado qualche accenno critico, ovviamente rispettabile, trovo l’analisi impeccabile. Manca casomai un’idea del recensore sulla diagnosi di base, ovvero sulla otale staticità del fenomeno musicale. Su questo mi piacerebbe scoprire come la pensa qualcun altro. Grazie comunque e saluti

    • Grazie del commento, ne sono davvero onorato…
      Quanto alla diagnosi di base, stimolato provo ad abbozzare qualche caotica (e forse incongruente) risposta. La mancanza di nuovo in ambiente musicale è un fenomeno evidente da anni a questa parte. Non so però quanto si tratti di un fenomeno profondo, e quanto di superficie. Non so se la distanza temporale potrà farci ricredere su forme in cui siamo troppo addentro. Non so se la disperata ricerca del nuovo non sia altro che un ulteriore sintomo di un’incapacità di valutazione. Non so se non sia fisiologico che, prima della rivoluzione, si instauri un paradigma – e questo paradigma al momento c’è, a livello di forme, mercato, tecnologia. In breve, temo che in questo “voler vedere (meglio, sentire)” l’assenza di novità ci sia poco più dell’applicazione della mitologia rock (e di quell’idea di musica) in un periodo in cui il rock ha esaurito le cose da dire ma c’è altro, magari valutato male, magari letto con le chiavi precedenti, magari sommerso nel frastuono di un’offerta che – questo sì – non tiene più in gran conto il tempo cronologico.
      Solo qualche idea, magari banale, nel caso passasse di nuovo di qui. E per gli altri tre/quattro lettori, se vogliono intervenire…

  2. Caro PadBN, sinceramente non credo che la stasi attuale sia un aspetto superficiale del problema. Mi sembra un sintomo macroscopico e fin troppo rivelatore. E’ come se il mondo della comunicazione e quello dell’espressione fossero talmente impegnati nel familiarizzare con le potenti trasformazioni avvenute negli ultimi anni da non potersi concedere una seria riflessione sulle forme e sui contenuti di quello che viene veicolato. Ma questo alla fine è un inganno, un’apparenza di modernizzazione che lascia indietro la cosa più importante, ovvero la coscienza. In particolare la coscienza creativa. Del resto noi guardiamo alla musica, ma un certo tono di anestesia del pensiero mi pare diffuso, e da questo punto di vista la musica non fa che rigettare quello di cui giornalmente si imbeve. Il problema è che mi sembra indubitabile pensare che siamo alla fine di un ciclo: troppa offerta, troppo chiasso, troppo nulla, e soprattutto esaurimento delle fonti da cui copiare e riciclare. Il giochetto ha funzionato, e per alcuni anni anche con indiscutibile fascino, finché ce’erano fonti da prosciugare. Ma a un certo punto il processo deve necessariamente arrivare a un punto morto. Quello attuale. Ora sono indispensabili dei nuovi originali, altrimenti la ripetizione ossessiva e sterile del già sentito porterà danni sempre maggiori. Grazie dell’attenzione e della discussione. In fondo poi, al di là del fatto che si può condividere o meno quello chedico nel libro, a me piace proprio che se ne discuta. In fondo non è anche questo un sintomo di decadimento? Da quanto tempo non ci sono discussioni intorno alla musica? Speriamo che almeno questo si possa ricominciare a fare. saluti
    Gino Castaldo

  3. Senza contare che questi ragazzi “robotizzati”, non avendo mai momenti di noia, non avranno neanche una creatività propria»
    (ragazzi di oggi superimpegnati tra scuole a tempo pieno e corsi di varia natura)

    http://archiviostorico.corriere.it/2007/ottobre/19/sette_anni_con_ansie_degli_co_9_071019042.shtml

    Che la musica oggi sia in crisi lo dicono in molti, soprattutto lo dicono le cifre di un’industria agonizzante. Gino Castaldo ha avuto il coraggio di dire, anzi, meglio, di scrivere, quello che i tanti analisti non hanno capito o non hanno voluto dire e che cioe’ la crisi della musica e’ lo specchio di un’epoca in cui la creativita’ sembra riflettersi nell’immagine di una palude stagnante.

    http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/unlibroalgiorno/visualizza


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