Pubblicato da: PAdBN | 30 dicembre 2008

Body Art (2)

«Il giornale della domenica è composto da varie parti e bisogna separarle e sceglierne una, e ci sono infinite identiche righe stampate e persone che vivono dentro le parole, e la strana realtà limitata della carta e dell’inchiostro si diffonde nella casa per una settimana, e quando guardi una pagina e distingui una riga dall’altra, quella realtà comincia ad avvolgerti, e ci sono persone che vengono torturate all’altra estremità della terra, persone che parlano un’altra lingua, e intrattieni con loro conversazioni più o meno incontrollate fino a quando non ti rendi conto di farlo e allora smetti, e vedi quello che hai davanti in quel momento, tipo un bicchiere semipieno di succo d’arancia nella mano di tuo marito».

«Sei in piedi davanti alla scrivania e stai sistemando delle carte e fai cadere qualcosa. Solo che non lo sai. Ci vogliono un paio di secondi prima che tu lo capisca e anche allora lo percepisci solo come distorsione informe dello spazio brulicante intorno al tuo corpo. Ma una volta che sai di aver fatto cadere qualcosa, senti il rumore che fa sul pavimento, tardivamente. Il rumore si fa largo attraverso un’immensa rete di distanze. Senti l’oggetto cadere e nello stesso istante, più o meno, sai di cosa si tratta, ed è una graffetta. Lo capisci dal rumore che fa sul pavimento e dalla memoria recuperata della caduta stessa, l’oggetto che ti cade di mano o scivola oltre il margine della pagina alla quale era attaccato. E’ scivolato via oltre il bordo della pagina. Ora che sai di averlo fatto cadere, ricordi com’è successo, o ricordi a metà, o forse lo immagini, o qualcos’altro. La graffetta colpisce il pavimento con una estremità poi rimbalza sull’altra, leggera e senza peso, un rumore per il quale non c’è parola onomatopeica, il rumore di una graffetta che cade, ma quando ti chini per raccoglierla, non c’è».

«Il tempo è la sola narrazione che conta. Estende gli eventi e rende possibile la sofferenza e la fine della sofferenza, ci fa vedere la morte e ce la fa dimenticare. Lui appartiene a un altro sistema, a un’altra cultura, dove il tempo è simile a se stesso, puro e nudo, privo di ripari».

«Come faceva un tale surplus di vulnerabilità a trovarsi solo al mondo? Perché è fatto così. Perché è vulnerabile. Perché è solo».

«Lui non ha imparato il linguaggio. Ci deve essere un punto immaginario, un non luogo dove il linguaggio interseca la nostra percezione del tempo e dello spazio, e lui è lo straniero all’incrocio, senza parole e orientamento».

«Perché non lasciarsi sprofondare? Lasciarsi andare alla morte. Dargliela vinta. Perché mai la morte di una persona amata non dovrebbe portarti a una oscena rovina? Non sai amare le persone che ami fino a quando scompaiono all’improvviso. Allora ti rendi conto di esserti tenuta un po’ discosta dalla loro sofferenza, di esserti spesso risparmiata, di avere solo di rado abbassato la guardia del cuore, di aver tessuto le tue trame di dare-e-ricevere».

Don DeLillo, Body Art (The Body Artist, 2001), ed. it. Einaudi.

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