Pubblicato da: PAdBN | 27 dicembre 2008

Tennis, tv, trigonometria, tornado

tennis

«Un autore è una scimmia dotata di intenzioni».

David Foster Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più (A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, 1997), ed. it. Minimum Fax.

Una raccolta di saggi e reportage pubblicati su giornali e riviste. Di E unibus pluram si è già parlato altrove. Che altro? Il legame tra il paesaggio piatto dell’Illinois, i campi da gioco, la matematica e la meteorologia, visti attraverso gli occhi di un ragazzo che gioca a tennis a livello semi-professionistico, spera di diventare sempre più bravo ma è ben consapevole dei propri trucchi – e dei propri limiti (Tennis, trigonometria e tornado). Il lungo diario di una visita, con accredito stampa, alla Fiera statale dell’Illinois, alla ricerca dei tipi umani e di altre curiosità, tra inaugurazioni, mostre di bestiame, eccessi gastronomici, tornei di ballo, giostre da pre-morte e padiglioni pieni di roba inutile (Innocenti evasioni). Una breve, densa ma semplice riflessione sul concetto d’autore, e sugli espedienti dei post-strutturalisti e di chi li ha seguiti (Che esagerazione!). Il reportage dell’esperienza sul set di Strade perdute, pretesto per una lunga riflessione su David Lynch, sul suo cinema, sulla sua influenza culturale e su cosa, in fondo, ci attrae e ci disturba in ciò che è tanto specifico da essere chiamato lynchiano (David Lynch non perde la testa). Uno sguardo approfondito al tennis professionistico, attraverso un’analisi delle qualificazioni agli Open canadesi e di tutto il sottobosco di tennisti potentemente bravi ma che non rientrano nelle tre o quattro teste di serie seguite dai media, dei loro sacrifici, dei loro introiti, di chi li segue eccetera (L’attività professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano).

Nota personale. Saggi ancora “contenuti” rispetto alle innovazioni stilistiche di Considera l’aragosta, ma che già presentano tutti i pregi del lavoro di “analisi strabica” di David Foster Wallace. Partendo sempre da un’esperienza, passata o in fieri, Wallace alterna la descrizione divertita di quanto accade a notazioni apparentemente casuali ma capaci di dare, in pochissime battute, tutta un’altra profondità al discorso. Basta un riferimento deviante a tutt’altra lettura o prodotto culturale per mettere in relazione tra loro fenomeni in apparenza sconnessi, o per dare valore di exemplum di realtà ben più profonde fenomeni a cui avevamo a mala pena fatto caso. La descrizione dell’America profonda, della provincia del Midwest, è un ottimo contrappasso per la nostra visione costa-centrica degli Usa. E non solo: la fiera statale dell’Illinois non è poi così diversa dalle tradizioni della nostra provincia, anch’esse ignorate da tutto un discorso ufficiale ma profondamente connaturate alle sorti del nostro paese (generalmente, ce ne accorgiamo sotto elezioni). Il saggio migliore? Quello su Lynch. In una serie di paragrafi e sottoparagrafi che smontano dall’interno le convenzioni dello stile saggistico, impressioni dal vivo sulla macchina cinematografica e una profonda conoscenza dell’autore e della sua opera si fondono in un lavoro che non ha nulla di accademico, ma riesce a dire un mucchio di cose su quel “perturbante senza ironia” che è poi la cifra stilistica di uno degli ultimi grandi “autori”.

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