Pubblicato da: PAdBN | 8 dicembre 2008

E Unibus Pluram

«La propaganda del cinismo verso l’autorità va a generale vantaggio della televisione su tutta una serie di livelli. Primo, nella misura in cui può spazzare via convenzioni obsolete mettendole in ridicolo, la tv riesce a creare un vuoto di autorità. E poi indovinate da cosa viene riempito? La vera autorità su un mondo che ora percepiamo come costruito e non come rappresentato diventa lo stesso mezzo di comunicazione che ha costruito la nostra percezione del mondo. Secondo, nella misura in cui la tv si riferisce esclusivamente a se stessa e smonta gli standard convenzionali come ormai privi di valore, essa risulta invulnerabile agli attacchi dei critici per i quali ciò che trasmette è brutto e superficiale e volgare, in quanto ogni giudizio del genere fa riferimento a standard convenzionali, extratelevisivi, di profondità, buon gusto, qualità. Inoltre, il tono ironico dell’autoreferenzialità televisiva fa sì che nessuno possa accusare la tv di abbindolare la gente. Come nota il critico Lewis Hyde, l’autoironia è sempre una forma di “sincerità interessata”».

«Questo atteggiamento vacuo, annoiato e catatonico tipico della mia generazione – l’espressione che un mio amico chiama della “ragazza che sta ballando con te ma è evidente che preferirebbe ballare con qualcun altro” – che è diventata la nuova versione della “smaliziatezza”, è figlio in tutto e per tutto della tv. Dopotutto, “tele-visione” significa, letteralmente, “guardare da lontano”; e le nostre sei ore al giorno non soltanto ci aiutano a sentirci personalmente coinvolti in cose tipo i Giochi Panamericani e l’Operazione “Scudo nel Deserto”, ma anche, viceversa, ci abituano a rapportarci ai fenomeni in cui siamo coinvolti personalmente nella vita reale nello stesso modo in cui ci rapportiamo a ciò che è distante ed esotico, come se da noi li separassero dei processi elettromagnetici e uno schermo, come se esistessero solo in quanto performance, in attesa solo del nostro giudizio smaliziato. Per i giovani americani l’indifferenza non è altro che la versione anni ’90 della sobrietà; dato che è solo la nostra attenzione di spettatori che ci viene richiesta con ogni tipo di lusinga per tante fantastiche ore al giorno, noi consideriamo quell’attenzione come il bene più prezioso in nostro possesso, il nostro capitale sociale, e non sopportiamo che vada sprecata».

«Chi usa l’ironia è impossibile da inchiodare. Tutta l’ironia negli Stati Uniti è basata su un implicito “non sto dicendo sul serio”. Quindi che cosa dice seriamente l’ironia, in quanto modello culturale? Che è impossibile dire qualcosa sul serio? Che è terribile che sia così, ma svegliatevi e guardate in faccia la realtà? Più probabilmente, penso, l’ironia di oggi finisce col dire: “Oddio come sei banale a chiedermi cosa voglio dire davvero”. Chiunque abbia l’eretica sfacciataggine di chiedere a un ironista che cosa sostiene veramente finisce per sembrare una persona isterica o pedante. E in questo sta l’oppressione dell’ironia istituzionalizzata, di una rivolta troppo riuscita; la capacità di interdire la domanda senza occuparsi del suo oggetto, nel momento in cui viene esercitata, non è altro che dittatura».

David Foster Wallace, “E Unibus Pluram. Gli scrittori americani e la televisione” (1990), da Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più (A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, 1997), ed. it. Minimum Fax.

Quale rapporto lega gli scrittori americani e il mezzo televisivo? Tutti gli scrittori sotto i quarant’anni hanno vissuto in un mondo dove anche solo l’assenza della tv è un fatto inconcepibile, e questo non può non avere avuto effetti sulla loro scrittura. Il particolare tipo di “voyeurismo” implicato dalla tv (dove chi è guardato sa di esserlo, anche se non sa da chi), la “dipendenza” delle sei ore di visione quotidiana, i circoli viziosi creati dal mezzo (dove lo spettatore per esempio guarda la tv per vivere una vita più intensa, ma in questa vita “televisiva” quasi non c’è la tv), l’ironia e l’autoironia che la tv attuale sparge a piene mani nel tentativo di superare le resistenze alla dipendenza costringono lo scrittore in un vicolo cieco. Le “armi” del postmoderno sono state neutralizzate e assorbite dalla stessa televisione, al punto che le vie d’uscita – o, meglio, vicoli ciechi – finiscono per essere o un conservatorismo pretelevisivo, che non si accorge della persistenza di questa cultura nella società che descrive, o un’acritica accettazione, con romanzi che risultano “televisivi” quanto a forma e sostanza.

Nota personale. In un saggio arguto e illuminante, David Foster Wallace parte dalla televisione e dalla letteratura per estendere presto il suo sguardo a fenomeni ben più grandi, quali il dominio dell’ironia e dell’autoironia sull’intera cultura americana contemporanea, alta o bassa che sia. Seppure in qualche punto l’analisi appaia eccessivamente apocalittica e moralista, segnata da letture come Todd Gitlin e profondamente radicata nell’ambiente culturale dei primissimi anni Novanta, fin dalle prime righe offre una tesi interessante e argomentata, così come tante piccole annotazioni collaterali almeno altrettanto utili. Il paragone con le pagine di Rumore Bianco di DeLillo dedicate alla costruzione “più fotografata d’America” non poteva essere sviluppato meglio. Ovviamente, da leggere (e magari rileggere).

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Responses

  1. Domanda: perche’ “unam”?! Dovrebbe essere “E pluribus una”!
    O il mio latino e’ diventato davvero pessimo…

    • Anche il mio latino è diventato pessimo, non preoccuparti. La risposta è nel saggio: il titolo è una citazione ripresa da un saggio di altro autore, dove immagino l’accusativo avesse un senso… So’ ammericani, eddai…

  2. Di sicuro è diventata pessima la mia capacità di copiare… Le mie dita sono andate in automatico e non c’è corrispondenza con il titolo del libro… oops


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