Pubblicato da: PAdBN | 29 novembre 2008

Another Country

another

«Life is ladder. That’s it».

Another Country (1984), regia di Marek Kanievska. Al Torino Film Festival 2008, retrospettiva “British Renaissance“.

Nell’Inghilterra degli anni ’30, un gruppo di rampolli delle migliori famiglie borghesi studia in un college esclusivo. Un college dove all’opposizione “naturale” tra studenti e professori si somma una rigida scala gerarchica tra gli studenti, basata sull’anzianità e sui giochi di potere. E dove, dietro alle apparenze, si nascondono segreti inconfessabili legati alla convivenza tra soli uomini, che vengono drammaticamente alla luce con il suicidio di un ragazzo. Guy Bennett è un ragazzo eccentrico, da anni nel college, determinato a concludere la “scalata” e a diventare, l’anno seguente, uno degli “dei”, il grado studentesco più alto. Il suo migliore amico, Tommy Judd, rifiuta invece completamente queste logiche di potere, dedicandosi con ogni sotterfugio allo studio di nascosto del Capitale. Il primo a poco a poco elabora la sua omosessualità, distanziandola dalle “sperimentazioni” di molti altri studenti, e si innamora di un altro ragazzo, tanto da rinunciare alla possibilità di una carica per proteggerlo. Il secondo si avvicina agli ideali del comunismo e alla loro concreta realizzazione in un “altro paese”, la Russia, ma anche lui saprà mettere da parte gli scopi e gli ideali per provare ad aiutare – invano – l’amico Guy. Da un dramma teatrale di Julian Mitchell.

Nota personale. Un Attimo fuggente ante litteram, dove le differenze sono tante quante le somiglianze. L’ambientazione, britannica e non americana. La totale assenza dei professori o di altre figure “esterne” al gruppo degli studenti (perennemente in lotta, secondo la lezione del Signore delle mosche). Soprattutto, una carica politica ben più pressante, che lega e intreccia due temi forti e scomodi come l’omosessualità e il comunismo, senza mai finire in moralismo gratuito (seppur progressista). Riuscendo a descrivere bene un ambiente, tratteggiando personaggi forse troppo polarizzati tra il “bene” e il “male” ma efficaci, descrivendo gli ingenui ideali, le intime contraddizioni e le concrete difficoltà di quella che comunque è un’élite privilegiata. I due protagonisti, interpretati dagli esordienti Rupert Everett e Colin Firth, sono impeccabili. E il passaggio dal teatro al cinema è morbido, a volte quasi impercettibile. Unica sbavatura di un film altrimenti notevole è la “cornice” con un vecchio Guy Bennett esule in Russia, a legare la vicenda del film al percorso di vita “reale” di chi l’ha ispirata: una cornice posticcia, inutile, ridondante rispetto alle note conclusive. Le ambientazioni nella campagna inglese sono splendide, attraversate da una regia con spiccato gusto fotografico. La colonna sonora enfatizza il giusto, ma resta impressa. Come il film.

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