Pubblicato da: PAdBN | 24 novembre 2008

Rachel sta per sposarsi

rachel

«Rachel, è bello che tu sia ormai prossima al dottorato di ricerca, ma potresti per una volta evitare di farci la predica?».

Rachel sta per sposarsi (Rachel’s getting married, 2008), regia di Jonathan Demme.

Kim esce dalla clinica di riabilitazione per partecipare al matrimonio della sorella Rachel. Il suo ritorno a casa finisce presto, però, per riportare allo scoperto antiche ferite familiari. Un padre, risposato, che la adora e non pensa ad altri che a lei. Una madre, anch’essa con un nuovo compagno, svagata e distante. Una sorella, Rachel, che per una volta vorrebbe essere al centro dell’attenzione. Un futuro marito che la porterà lontano, alle Hawaii. Una vicenda ormai lontana, la morte in un’incidente del fratello più piccolo, Ethan, ma da cui l’intera famiglia non riesce a – e forse non può – liberarsi. Tutto questo nel mezzo dei preparativi per un matrimonio, con la famiglia dello sposo, gli amici e le amiche della coppia, un testimone anch’esso in riabilitazione, la cena di prova e gli addobbi da sistemare, la cerimonia e la lunga festa per la nuova unione. Prima del rientro in clinica, tutto cambia e tutto resta uguale.

Nota personale. Quando – di questi tempi – un film viene esaltato un bel po’, di solito è un brutto segno. E invece. Sceneggiatura, checked. Da una storia tutto sommato standard (l’uscita dal tunnel, le difficoltà del rientro, la lotta e la redenzione) vengono fuori dialoghi credibili e scene memorabili, per la loro verosimiglianza e per la loro efficacia. Sia di esempio il rapporto tra Kim e il testimone dello sposo, schietto e senza lungaggini. Recitazione, checked. Anne Hathaway, chi l’avrebbe mai detto, è strepitosa. Ma tutti sono perfettamente in parte. E persino il panorama multietnico dei parenti e degli amici non risulta posticcio, ma funzionale ad aumentare i contrasti, le dinamiche, le tensioni. Regia, checked. Camera a spalla perenne, ma ci si abitua. Per un’estetica che richiama, forse più che i documentari cui molti hanno fatto riferimento, gli home movies, i filmini realizzati dalle famiglie nelle occasioni speciali. Come un matrimonio. E come in questo matrimonio fa il cugino dello sposo, in licenza dall’Iraq. Insomma, un film delicato, usando un ossimoro “struggente con leggerezza”. Ad andare a cercare il pelo nell’uovo, le scene delle danze avrebbero potuto essere più corte. Ma forse anche questo rientra nell’idea di registrazione amatoriale. Che se non è un po’ noiosa e ripetitiva, in fondo, rischierebbe di turbarci (troppo).

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