Pubblicato da: PAdBN | 17 novembre 2008

Martha

martha

«La paura esiste solo per essere vinta».

Martha (1973), regia di Rainer Werner Fassbinder.

Martha è una bibliotecaria trentenne, ancora da sola. In viaggio a Roma con il padre, lo vede morire sulla scalinata di Trinità dei monti. Ma la cosa che più la colpirà di quel viaggio sarà il fugace incontro con Helmut, visto rapidamente all’ambasciata tedesca. Tornata a casa, a una cena da amici ritrova Helmut: nonostante l’opposizione della madre di lei, i due escono insieme, si dichiarano, si sposano. Ma, a partire dal viaggio di nozze, comincia l’incubo. Nell’indifferenza del mondo borghese che li circonda, Helmut costringe Martha ad abbandonare il lavoro, le impone ascolti e letture, la chiude in casa, fa passare la violenza psicologica e sessuale come segno del suo amore. Il progressivo riconoscimento e l’esplosione di un sadismo che non trova freni segnano Martha, sempre più priva di vie di fuga, fino all’angosciante finale.

Nota personale. Melodramma dai toni forti, accesi. I personaggi sono costantemente sopra le righe, quanto a ruoli e recitazione, e si muovono in ambienti carichi di oggetti, mobili, intarsi. Alla ricchezza barocca e kitsch del profilmico, corrisponde una regia altrettanto pesante, che si rende evidente nei movimenti di macchina, nella selezione di particolari, nell’equilibrio disturbante delle inquadrature. E che si muove costantemente tra specchi, vetri, porte, finestre, soglie, tra riflessi e attraversamenti. Lo spettatore segue la protagonista nell’abisso del male: come lei è pienamente immerso in un mondo di apparenze e sepolcri imbiancati, come lei se ne accorge gradualmente, come lei ha soltanto armi spuntate per affrontarlo, come lei inizia a mettere in dubbio ogni cosa della sua persona prima di accorgersi – troppo tardi – che il male è altrove. Alcune scene, dalla richiesta di matrimonio al luna park al malore della madre, dall’abbronzatura in viaggio di nozze alla declamazione del libro a memoria, sono di una crudeltà spietata, senza freni e senza scampo. Non ci sono sfumature, tutto è urlato, e la cosa all’inizio può disturbare. Ma presto si è dentro la spirale della violenza, e la scena finale, con i pannelli dell’ascensore che si chiudono sui due protagonisti, toglie ogni speranza. Peccato che chi ha fatto il DVD italiano abbia usato proprio quest’ultima scena per illustrare l’interno, togliendo pathos a quella che doveva essere una conclusione improvvisa…

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