Pubblicato da: PAdBN | 27 ottobre 2008

Vicky Cristina Barcelona

«Solo l’amore inappagato è davvero romantico».

Vicky Cristina Barcelona (2008), regia di Woody Allen.

Due ragazze newyorkesi trascorrono una lunga vacanza estiva a Barcellona. Vicky studia l’arte catalana, sta per sposarsi con un colletto bianco e vive con moderazione e senza eccessi. Cristina ha girato un cortometraggio, cerca un’arte con cui esprimersi e ama con libertà e sregolatezza. Non potrebbero essere più diverse, sono grandi amiche. Una sera le approccia Juan Antonio, pittore maledetto, che senza perdere tempo le invita a Oviedo per un romantico weekend a tre: contrariamente alle previsioni, sarà Vicky a cedere per prima al corteggiamento. Ma, al ritorno, è Cristina a intrecciare una relazione stabile con lui, spostandosi a casa del bel tenebroso. Almeno fino all’arrivo dell’adorata ex moglie di lui, Maria Helena, verso la quale non ha mai smesso di provare un amore eccessivo e violento. Gli equilibri saltano, Vicky si sposa all’ombra della Sagrada Familia ma continua a pensare alla notte di passione con Juan Antonio, Cristina sembra essere il terzo ingrediente necessario a mantenere in equilibrio l’amore del pittore e di Maria Helena. Ma sarà proprio così?

Nota personale. Woody Allen non delude. Inutile rimpiangere Zelig o Manhattan, Io e Annie o Bananas: ormai i film che fa sono differenti, non capolavori ma comunque piccoli gioielli. In mano a chiunque altro la storia sarebbe risultata pretestuosa, l’effetto da cartolina turistica un inno al location placement, la continua voce narrante insopportabile. E invece. Invece tutto si tiene: la circolarità della trama, con la polifonia dei ruoli, le svolte continue, l’inusitata sparizione dei personaggi principali, e mai nessuna prevedibilità; la fusione dei luoghi e degli attori, tutti perfetti e neppure mortificati dal doppiaggio (che, fatta eccezione per un paio di errori clamorosi, riesce ad essere contenuto e azzeccato); persino la verbosità di certi dialoghi e del voice over esplicativo, che riesce qua e là a piazzare le frasi che ci si aspetta da un film del grande Woody. I temi sono i soliti: la (dis)continuità tra arte e vita, le mille forme dell’amore, il destino e il dovere, … Manca forse quel qualcosa che permette il salto tra l’ottimo artigianato e l’arte (qualcuno la chiamerebbe “aura”), ma mica ci si può lamentare… O no?

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Responses

  1. Ieri ho visto il film al cinema, mi sono divertito parecchio, concordo con le cose che hai scritto, peccato per il doppiaggio, ho pubblicato una breve recensione sul mio blog.
    Ciao

  2. Mi spiace dover ammettere che il dissenso mi ha solleticato la gola leggendo questa recensione…
    Forse m’aspettavo di più da Woody Allen, o forse semplicemente mi è sembrato una continua rivisitazione di tematiche già trattate da altri il voler parlare di relazioni/tradimenti/non so cosa devo fare della mia vita/il matrimonio/ecc…
    Ed è stato proprio nel finale che mi sono detta..oddio tutto qui? tutto qui..mah..ammetto che lo sguardo è sottile e acutamente intuitivo a tratti nel voler dipingere l arte e tt ciò che circonda chi le da forma..ma forse è uno spaccato troppo a se stante per essere definibile un bel film..

    concordo nel “Manca forse qualcosa”,
    ma sfortunatamente, sebbene apprezzi sempre e cmq chi prende una posizione e condivide il proprio parere =) non posso assecondare
    il “Woody Allen non delude mai..”

    .giorgia.

  3. in tempi di crisi finanziaria, prima di acquistare un costoso biglietto del cinema è bene controllare se l’investimento è sicuro.
    Sei un po’ la mia agenzia di rating di fiducia.

  4. Troppa pressione, mi sa che fallisco anch’io.


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