Pubblicato da: PAdBN | 21 settembre 2008

Burn After Reading (2)

«– Ma potrebbe essere uno di quelli che si trovano su Internet!
– Sì, lo sono anch’io…
».

Burn After Reading – A prova di spia (2008), regia di Joel e Ethan Coen.

Osborne Cox è un ex dipendente della CIA, messo in disparte e licenziatosi, che decide di scrivere le sue memorie. La moglie, Katie, lo tradisce con un amico di famiglia, Harry Pfarrer. Quest’ultimo lavora al dipartimento di giustizia, è sposato con una scrittrice di libri per bambini, cerca costantemente altre donne. E su Internet conosce Linda Litzke, che mette da parte i soldi per un intervento di chirurgia plastica e lavora come impiegata in una palestra. Qui lei e un collega particolarmente stupido, Chad Feldheimer, trovano un cd contenente informazioni riservate, che scopriranno appartenere a Osborne Cox. I due cercheranno di ricattarlo, dando il via a una girandola di eventi dove tutti vanno a letto con tutti, tutti tradiscono, tutti si spiano reciprocamente. Mentre la CIA osserva le azioni, e le copre senza mai intervenire…

Nota personale. Come dice la tagline originale, ben più azzeccata del sottotitolo italiano (al solito), “intelligence is relative“. Un mondo di inetti, che agiscono al di sopra delle loro possibilità e senza pensare minimamente alle conseguenze delle loro azioni, offre un buon numero di spunti comici, in una storia intricatissima e surreale. Ma la presenza di un numero elevato di star (da George Clooney a John Malcovich, da Tilda Swinton a Frances McDormand, con una personale predilezione per Richard Jenkins, il Nathaniel Fisher di Six Feet Under), tutte estremamente brave (tranne forse Brad Pitt, certamente divertito e divertente ma un po’ fuori parte), non basta a fare un gran film. E i Coen confermano la tendenza ad alternare film di indubbio impatto con abili divertissement, peraltro di ottima fattura: regia curata, montaggio serrato, battute divertenti, personaggi azzeccati, tante trovate anche se inconcludenti. Le storie si chiarificano e si ricompongono nel finale, affidato al riepilogo di narratori parzialmente esterni, come già in Non è un paese per vecchi: ma se là appesantiva un film altrimenti perfetto, qui tira abilmente le fila e permette di uscire dal cinema con una gradevole sensazione, freschi di risata e sostanzialmente incuranti dei piccoli buchi di sceneggiatura (per dire, che fine fa il personaggio della Swinton?).

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Responses

  1. Lungi da me il voler pensare che quello che provo io sia condiviso dagli altri ..ma..
    la “gradevole sensazione” fuori dal cinema..io nn l ho esattamente sentita..ho sentito solo quei buchi di cui parli dopo..quel senso di “e quindi..?”
    per altro mi chiedevo..definire commedia quest opera è veramente corretto? non è che il sarcasmo di cui è intriso il film è stato scambiato per ironia? (volendo ovviamente tralasciare tutti i morti e gli omicidi)

    .giorgia.


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