Pubblicato da: PAdBN | 13 settembre 2008

Teza

«Vedi questo albero? E’ come la mia vita. Da un lato, è rigoglioso, pieno di vita. Dall’altro, è crollato e sta marcendo».

Teza (2008), regia di Haile Gerima. Premio Speciale della Giuria a Venezia 2008.

Amberber, dopo anni di lontananza, torna nel proprio villaggio in un’area dimenticata dell’Etiopia. Ritrova la madre che ormai disperava di rivederlo, una donna che in sua assenza l’ha accudita, il fratello invidioso del figliol prodigo. Ma è senza una gamba e presto preda di allucinazioni, ricordi di gioventù, incubi su un passato di cui ricorda poco, molteplici pensieri: è visto con diffidenza, non sa cosa fare e se può fare qualcosa, si sente un estraneo in un posto che da tempo non è il suo. A poco a poco riemergono i fantasmi del suo passato: gli anni da studente a Berlino, l’impegno politico e la disillusione, il ritorno in Etiopia a lavorare come ricercatore, la scoperta della divisione politica, il passo indietro nella DDR, il razzismo subito fisicamente. E, parallelamente, trova pace: un amore, una famiglia, un posto, un ruolo nella comunità.

Nota personale. Grande affresco (dura oltre due ore) dove scorrono parallele la storia individuale e quella di un popolo, quello etiope, che non trova pace: dopo la dominazione italiana, l’impero del Negus Hailé Selassié, quindi la guerra civile tra diverse fazioni socialiste. Lo scontro tra l’intellettuale e il popolo che non lo comprende, e piega ai suoi bassi istinti le più nobili idee politiche; la contraddizione dell’intellettuale stesso, sospeso tra un pubblico a cui donarsi e un privato che si finisce per trascurare; il rapporto tra i libri, lo studio, l’intelligenza coltivata e la dura realtà, dove tutto questo sembra essere privo di fondamento; la resistenza di un razzismo duro a morire, che si esprime con la forza ma anche in modalità inattese: sono solo alcune delle chiavi di lettura che scorrono attraverso questo film visionario, dove i ricordi si intrecciano all’attuale, dove i sogni sono visualizzati, dove si inseriscono le leggende e le tradizioni di una terra desolata. Verso la fine del film, l’onirico lascia sempre maggiore spazio al passato: quasi a preparare una nuova consapevolezza, che può – forse – risolvere alcune contraddizioni del protagonista. Impegnativo, anche solo per la lingua (amarico soprattutto, brani in tedesco e in inglese), forse un po’ ingenuo (nella semplificazione del razzismo, in alcune battute decisamente inverosimili), ma di sicuro impatto.

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