Pubblicato da: PAdBN | 11 settembre 2008

Il papà di Giovanna

Il papà di Giovanna (2008), regia di Pupi Avati.

Bologna, fine anni ’30. Giovanna è una ragazza diciassettenne con problemi di relazioni: vive nel suo mondo, accudita dal padre che cerca di renderle più facile la vita, distaccata dalla madre che invece la vorrebbe più vicina al mondo reale. La sua sola amica, nipote di un gerarca fascista, viene barbaramente accoltellata nella palestra della scuola. Ma le ricerche presto conducono a Giovanna, che viene processata e poi rinchiusa in un manicomio criminale. Il padre la accudirà, sacrificando il lavoro e la famiglia, lasciando alla madre una via di fuga da un matrimonio non felice, continuando immobile a coltivare il suo amore per la figlia sempre bambina nonostante il procedere inesorabile della Storia.

Nota personale. Imbarazzante. Uno ci prova anche a non partire prevenuto, ma non si riesce. Da un lato l’eccesso di didascalismo, degno delle peggiori fiction televisive: ogni snodo storico è spiegato, senza dimenticare nulla, in modo spesso gratuito; le immagini iconiche, e persino il commento sonoro, sono banali e sembrano urlare ogni attimo la propria appartenenza a quel periodo. Dall’altro, il doppiaggio di ogni voce, forse citazione dei film d’allora, aumenta la retoricità di un melodramma già fin troppo smaccato: le urla della madre della ragazza uccisa sono un esempio, forse nemmeno il peggiore. Ezio Greggio (contenuto, ma poco credibile) mette a dura prova l’attenzione, ma quando si affastellano uno dietro l’altro Luca Laurenti, Valeria Bilello già Mtv, Serena Grandi e uno dei Trettré sembra di essere al circo. Se già tutto questo appesantisce la prima metà del film, in bilico tra il quadro scolastico/famigliare d’epoca e il legal drama con la messa in scena di indagini e processo, nella seconda parte ogni evoluzione della trama scompare per lasciare il posto a un gratuito bignami storico dove si susseguono l’armistizio, Salò, la resistenza, la ricostruzione, l’inizio del boom. Fuochi d’artificio sul finale, con scene raccapriccianti per la loro enfatica inutilità: l’uccisione del personaggio di Greggio, repubblichino fucilato che fugge dal patibolo, sale su un autobus e muore giusto in tempo per essere ricoperto dall’autista con la prima pagina di un giornale che titola “La guerra è finita”; o il ridondante omaggio alla televisione seguito da quello al cinema a colori. La voce over finale, con abbozzo di lieto fine, è il colpo di grazia, se ancora c’era bisogno di qualcosa per alzarsi di scatto dalla sedia al primo apparire dei titoli di coda. L’unico aspetto positivo è l’interpretazione di Silvio Orlando, che però continua a ripetere se stesso in un ruolo che sembra tagliato perfettamente su di lui. Ho già detto imbarazzante?

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Responses

  1. concordo totalmente. bravissimo.

  2. Anch’io. Totalmente d’accordo.


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