Pubblicato da: PAdBN | 8 settembre 2008

Parque via

«– Ti stai annoiando?
– No
».

Parque via (2008), regia di Enrique Rivero. Pardo d’Oro al Festival di Locarno 2008.

Beto è il custode di un’enorme villa vuota. Per trent’anni ha vissuto tra i silenzi della casa, ripetendo ogni giorno gli stessi gesti e mantenendola in ordine per i potenziali acquirenti. Pochi incontri lo sottraggono alla totale solitudine: la Signora, padrona della casa, che ogni tanto passa a controllare; Lupe, una prostituta, con cui ogni settimana trova un po’ di conforto; la giovane mediatrice dell’agenzia immobiliare. Intorno si estende Città del Messico, brulicante e caotica, in cui Beto mette piede solo quando costretto, e sempre con estrema difficoltà e disorientamento: al cimitero a piangere la moglie defunta, al mercato ad accompagnare la Signora. Un giorno la casa viene venduta, e Beto è costretto a pensare a un’altra sistemazione, a un altro lavoro, a un’altra vita. La Signora e Lupe cerca di aiutarlo, ma deve intervenire la Provvidenza perché Beto trovi un altro posto altrettanto tranquillo…

Nota personale. Se ci fosse la categoria “film da festival”, e probabilmente c’è, questo vi rientrerebbe appieno. Un film dall’estrema cura formale, che riesce a trasmettere perfettamente il senso di solitudine, di alienazione, e al tempo stesso di pace, del protagonista – contrapposto alla confusione del mondo, che sia il mercato di Città del Messico o la televisione in continuazione che trasmette un’escalation di catastrofi naturali e crimini orrendi: il rumore, sempre ambientale e sempre in primo piano; gli ampi spazi percorsi dalla macchina da presa, che segue i personaggi, li accarezza, li esalta o li nasconde; le azioni ripetitive sempre rinnovate da nuove inquadrature che rivelano qualche cosa in più; l’isotopia dell’insetto dalla sigla alla conclusione; l’insistenza su una religiosità popolare e su rapporti di affetto che non hanno nulla dell’amore hollywoodiano; il montaggio alternato, e ambiguo, della scena risolutiva. La lentezza dei piani sequenza è funzionale all’abitudine, il dialogo rarefatto rende bene il distacco dal mondo e l’incapacità anche solo di concepire qualcos’altro, la semplicità delle azioni e delle reazioni rinvia a un mondo “altro”, forse oggi dimenticato ma umanissimo (basta la scena liberatoria del bagno, finalmente, nella vasca). Certo, per arrivare alla fine bisogna essere motivati. Ma ne vale la pena, e c’è più di un’occasione per pensare, e non solo alla storia di Beto.

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