Pubblicato da: PAdBN | 21 agosto 2008

Lamento di Portnoy

«Infranto quel tabù con tanta disinvoltura, può essere che il lato sconcio, dionisiaco e suicida della mia natura ne abbia tratto baldanza; che abbia imparato la lezione secondo cui per infrangere la legge tutto ciò che devi fare è… tirare dritto e infrangerla! Tutto ciò che devi fare è smettere di tremare e di ritenere la cosa inimmaginabile e al di là della tua portata: tutto ciò che devi fare è farlo!».

Philip Roth, Lamento di Portnoy (Portnoy’s Complaint, 1967), trad. it. Einaudi.

Alexander Portnoy, in un lungo monologo ininterrotto, racconta al suo analista le vicissitudini dei suoi trentatre anni di vita. Cominciando dal principio, com’è logico: l’infanzia a Newark, in una famiglia ebrea legata alle tradizioni e alla comunità; il padre sfruttato sul lavoro e alle prese con una continua stitichezza; la madre castrante, apprensiva, irascibile e alla ricerca del controllo su ogni cosa; la sorella incolore, presto sposa di un giovane dalle simpatie socialiste. Ma presto il racconto deborda, mischiando gli aneddoti familiari e lavorativi ai racconti della vita sessuale e sentimentale del protagonista: dalla masturbazione continua dell’adolescenza (e oltre) alla continua ricerca di sesso accompagnata da un forte senso di colpa, dalla relazione con la perfetta compagna di corso (non ebrea) del college al tentativo egoista di “salvataggio” culturale della Scimmia – perfetta macchina da sesso trovata per caso e abbandonata non appena le sue richieste diventano altre -, fino al “ritorno dall’esilio”, nell’Israele che – sessualmente – gli farà capire che la sua terra è ormai un’altra.

Nota personale. Il primo romanzo di Roth è qualcosa di molto lontano da Pastorale americana, e può stupire chi – come il sottoscritto – da lì ha cominciato. Comune è il retroterra culturale ebraico, comune è il rapporto di odio e amore che lega i personaggi alle loro tradizioni, comune è la lingua farcita di espressioni yiddish. Ma se là l’affresco diventa storico e sociale, oltre che umano, qui l’attenzione è concentrata sull’analisi psicologica di un singolo individuo, che filtra e deforma nel suo racconto le altre figurine che si muovono nella sua vita. Si entra così nella testa di quest’individuo tanto complessato, tra ansia di sesso e ansia di espiazione, da dare il nome a una sindrome la cui definizione enciclopedica ci viene data in esergo. E, tra brevi cenni, interruzioni e deviazioni, che non nascondono nulla dei più spinti desideri e della loro attuazione, della nevrosi e dello sguardo spaventato e compiaciuto sulla nevrosi, si ricostruisce il filo del discorso di una storia tanto deviante – tanto umana – da essere davvero divertente. Da tempo non scoppiavo a ridere leggendo una pagina, e con questo libro è successo più volte (un solo esempio: la paura di soffocare della “ragazza bene”, immaginate in quale contesto). Peccato solo per una certa mancanza di equilibrio, per il debole colpo di scena del finale, per (forse) qualche eccesso di troppo nel linguaggio e nelle immagini (simile in questo all’ultimo Roth, dalle parti de L’animale morente). Ma sono sbavature…

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Responses

  1. Bentornato!
    Anch’io mi sono ritrovato a ridere come uno scemo, da solo, leggendo il libro, e ho rischiato grosso in treno perché la signora vicino a me, evidentemente incuriosita, ha sbirciato e leggiucchiato qualche riga. Come potrai immaginare, non era certo roba da educande…ma poi con un gesto felino e molta nonchalance l’ho piegato in modo che non potesse andare avanti a leggere!
    Grandissimo libro, e sono d’accordo: il finale è la cosa peggiore.


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