Pubblicato da: PAdBN | 4 agosto 2008

Troppi paradisi

«Nella mia vita ci sono altre stanze, apparentemente non comunicanti».

Walter Siti, Troppi paradisi (2006), ed. Einaudi.

Walter Siti, alter ego dell’autore, è un uomo che si sente mediocre, che crede di incarnare la mediocrità e ne subisce costantemente il peso. Ha superato i sessant’anni. Dopo gli studi in Normale, ha scalato il potere accademico fino a diventare ordinario di Letteratura. Scrive romanzi, lavora come editor per alcune case editrici, collabora ai quotidiani come critico letterario. Da tempo vive a Roma, lasciata la casa modenese dei suoi genitori, con cui non c’è dialogo (e forse non c’è mai stato). Omosessuale, si è da poco trasferito in un appartamento della periferia romana per vivere con Sergio, di trent’anni più giovane, fermamente intenzionato a fare carriera nel “dietro le quinte” televisivo (dove peraltro si sono conosciuti). Negli anni, la superficie degli eventi sembra appena increspata, ma avvengono cambiamenti profondi: la depressione e la malattia di Sergio, l’inevitabile distacco, l’immersione vitalistica nel mondo dei culturisti di borgata, la morte del padre e il distacco definitivo dalla madre, l’incontro con l'”angelo” (a pagamento) Marcello, il lavoro di autore televisivo, lo sconvolgersi perenne e il ricomporsi fragile e frammentario di un qualsivoglia equilibrio, ancora una volta la mediocrità del tutto.

Nota personale. Vita riletta col prisma dell’autobiografia che diventa romanzo, protagonista unico l’attore/autore. Ne seguiamo la vita per alcuni anni, leggiamo brandelli di conversazioni e squarci nel profondo dei suoi pensieri, vediamo scorrere sottotraccia la Storia e le piccole storie degli altri personaggi, degli amici, degli ambienti di vita e di lavoro. Una lettura profonda e appassionante, ricca di riflessioni difficili e potenti (come la giustificazione dell’amicizia con un pedofilo, come la dinamica dell’amore e del desiderio vista senza ipocrisie, come lo sguardo distaccato e lancinante sulla sinecura universitaria), che solo verso la fine iniziano ad appesantirsi. E, soprattutto, il primo romanzo italiano (almeno, tra quelli che mi è capitato di incrociare) che getta uno sguardo lucido sulla televisione, ormai fulcro costante e sfondo perenne della sfera pubblica, semi-pubblica, privata. La tv è vista da spettatore onnivoro, da ospite del backstage, da addetto ai lavori in prima persona; è filtrata dalle dinamiche politiche, culturali, pubblicitarie almeno quanto quelle stesse dinamiche sono penetrate dalla tv; è l’emblema di un discorso (il “gossip”, indicato dalla nota di apertura come costantemente oscillante tra realtà e finzione) che coinvolge persone, ruoli, maschere, idealizzando (o degradando) la realtà in un’immagine. Lo sguardo è critico ma senza moralismi, infatuato ma con distacco, apocalittico e integrato insieme: se la tv (e il suo mondo) costituiscono lo spirito del (nostro) tempo, è ancora possibile un romanzo – peggio, un’autobiografia – che non tenga conto della centralità televisiva? La risposta di Siti, a cui mi accodo, è no.

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