Pubblicato da: PAdBN | 29 luglio 2008

Traduzione (2)

«Siamo tutti traduttori: la traduzione è la caratteristica comune a tutte le forme di vita. […] La traduzione è presente in ogni forma di comunicazione, in ogni dialogo. Deve essere così, perché la pluralità di voci non può essere eliminata dal nostro modo di esistere, il che equivale a dire che le linee di confine che stabiliscono i significati continuano a essere tracciate in maniera frammentaria e scoordinata […]. Nella matrice dei significati possibili, chiamata da Bachtin “logosfera”, il numero delle potenziali modificazioni, associazioni e scomposizioni è praticamente infinito, e non si vede perché tali combinazioni dovrebbero coincidere anche solo in parte, date le differenze tra coloro che le usano; al contrario, la probabilità che non coincidano mai è molto alta.
Le discrepanze tra le combinazioni presenti nell’atto del dialogo vengono tendenzialmente situate a livelli differenti di generalità, definiti dalla peculiarità della biografia individuale, dai tratti distintivi verosimilmente condivisi dalle persone assegnate alla stessa classe, allo stesso genere, alla stessa località, ecc., e dalle differenze che si presume siano correlate alla limitata comunicazione tra “comunità di significato” (quelle che normalmente chiamiamo “culture differenti”). Ne consegue che tali discrepanze pongono problemi di traduzione differenti quanto al grado di generalità, benché il singolo lettore possa essere scusato se, davanti a un testo dal significato strano e impenetrabile, trascura di valutare quale parte della propria incomprensione dipenda dal percorso di vita personale, quale dalle differenze nelle pratiche legate alla classe o al genere e quale sia invece dovuta a quella che i teorici della traduzione chiamerebbero “distanza culturale” tra realtà etniche, religiose e linguistiche.
Il concetto stesso di carattere “stratificato” dei problemi di traduzione è un concetto analitico derivativo, nel senso che è già un prodotto del lavoro di traduzione: esso deriva dallo sforzo di assimilare sul piano intellettuale l’esperienza dell’incomprensione, uno sforzo a sua volta implicito nelle pratiche specifiche dei professionisti, cioé degli specialisti in traduzione. Non solo: quello che gli specialisti descriverebbero come esempio di comunicazione difettosa, come cattivo lavoro di traduzione, come traduzione errata o come prova di una totale incapacità di comprendere, non viene necessariamente avvertito come tale dal profano. Generalmente, nella maggior parte degli incontri quotidiani, nella maggior parte dei modi in cui stiamo insieme agli altri, riusciamo a comprenderci l’un l’altro nel senso wittgeinsteniano che “sappiamo come procedere”, che sappiamo affrontare il compito di scegliere le reazioni giuste, appropriate o accettabili alle mosse dell’altro, anche se un analista troverebbe la nostra comprensione insufficiente, incompleta o illusoria: illusoria perché determinata dalla tendenza consolidata e reciprocamente tollerata a ignorare i significati piuttosto che a condividerli.
La possibilità dell’universalismo risiede in questa capacità comune di raggiungere una comunicazione efficace senza ricorrere a significati e interpretazioni già condivisi
».

Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale (In Search of Politics, 1999), ed. it. Feltrinelli, pagg. 201-202.

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Responses

  1. Ma soprattutto:
    “In search of politics” tradotto come “La solitudine del cittadino globale”… :-D


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