Pubblicato da: PAdBN | 23 luglio 2008

Morte accidentale di un anarchico

Dario Fo, Morte accidentale di un anarchico (1974), ed. Einaudi.

15 dicembre 1969: il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, cade dalla finestra del commissariato di polizia in circostanze non chiare e muore. L’azione dei due atti ha luogo poco dopo, a indagini (interne e giornalistiche) avviate. Un matto – particolarmente sveglio, in realtà – si trova in commissariato con qualche accusa, ma riesce presto a intrufolarsi ai piani alti, facendosi passare per il giudice Malipiero, primo consigliere della corte di cassazione, responsabile dell’indagine sull’inchiesta e sulla successiva archiviazione. Qui, proprio nella stanza dove è stato interrogato Pinelli, inizia a fare domande – mettendosi dalla loro parte, ricorrendo a ogni strumento dialettico, sfruttando iperboli e paradossi – al questore e al commissario, cercando di mettere in luce le incongruenze degli atti, le disparità tra le varie testimonianze, le curiose dimenticanze delle indagini. In un gioco di equivoci e di false identità, che coinvolge anche una giornalista e alcuni agenti, alcuni nodi vengono al pettine, rivelando la possibilità di una strategia più ampia che ha reso possibili le “stragi di stato”.

Nota personale. Teatro politico ai massimi livelli, nel bene e nel male. Sul primo versante: una notevole capacità affabulatoria, capace di spiegare e chiarire intrighi politici e passaggi giudiziari attraverso ogni “arma” offerta dal dialogo, e dal teatro; l’insicurezza e la debolezza, più che la meschinità, dei personaggi che rivestono ruoli di potere, dal questore all’ultimo degli agenti; di converso, la purezza, l’ingenuità mista a una sagacia spietata, del matto, figura ritagliata su Fo stesso, inverosimile nelle mosse (e nel finale) ma paradossalmente portatore della verità e, soprattutto, del metodo attraverso cui arrivare a essa. Sul secondo: alcuni “eccessi di zelo”, in una visione del mondo fortemente orientata in senso ideologico, tra lotta di classe e cospirazione di stato, e data per certa, non problematica; la pesantezza di alcune frasi e caratterizzazioni, soprattutto alla luce di quanto accaduto in seguito (la campagna stampa, l’omicidio Calabresi, il processo a Lotta Continua). Certo, non di questo si deve (pre)occupare l’opera d’arte, ma la rilevanza politica non può essere calcolata solo quando è positiva, quando “migliora il mondo”. Se non ci sono frasi memorabili, diventa degna di nota la ricostruzione nel suo complesso, tesa verso una verità sfuggente eppure non così complessa da trovare, vibrante, appassionata. Sulla cui terribile serietà inserire battute, richiami a battute precedenti, equivoci, cadute, tic, botte sul palco: che la vita non sia altro che una farsa?

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