Pubblicato da: PAdBN | 22 luglio 2008

Sogni di Bunker Hill

«Sazio e riposato, andavo nella mia stanza e affrontavo il nero mostro della macchina per scrivere che mi guardava torva, digrignando i denti bianchi. A volte scrivevo una decina di pagine. La cosa non mi piaceva, perché sapevo che ogni qual volta ero prolifico il risultato era uno schifo – il più delle volte era uno schifo. Dovevo essere paziente. Sapevo che ce l’avrei fatta. Pazienza! Era l’ultima delle mie virtù».

John Fante, Sogni di Bunker Hill (Dreams from Bunker Hill, 1982), ed. it. Einaudi.

Arturo Bandini, giovane italoamericano alter ego di Fante, facile preda di ogni impulso vitale, è a Los Angeles alla ricerca del successo come scrittore. Vive in un piccolo albergo di Bunker Hill, ha pubblicato un racconto su un’importante rivista, passa dal lavoro di cameriere a quello di correttore di bozze. Fino a quando incontra la donna di cui ha editato un racconto, e va con lei sulla spiaggia. Fino a quando viene assunto come sceneggiatore “di riserva” da uno studio di Hollywood. Fino a quando si lega sentimentalmente alla padrona dell’albergo, molto più grande di lui. Fino a quando deve andarsene, dallo studio e dall’albergo, per riparare sulla co-redazione di una sceneggiatura western e sulla casa di un collega. Fino a quando si rifugia sulla spiaggia, stringendo amicizia con un wrestler di origini italiane. Fino a quando torna a casa, in Colorado, per poi ripartire nuovamente alla volta di Los Angeles.

Nota personale. Variazioni sul tema. Da un lato perché la narrazione sembra circolare, parte da Bunker Hill e riparte da Bunker Hill, ma circolare non è: il tempo è passato, si può ricominciare ma è inutile pensare di poterlo fare da zero, come se gli episodi del “giro” precedente (qui quanto mai frammentari, affastellati, e sempre destinati a una conclusione rapida) non avessero lasciato tracce, ricordi, ferite. Dall’altro perché Fante ritorna, a più di quarant’anni di distanza, sui luoghi, sulle atmosfere, sui personaggi, sulle angosce che animano Chiedi alla polvere, ma – anche qui, perché gli episodi della vita non possono non lasciare tracce – offre uno sguardo più distaccato, coinvolto più che nei fatti descritti nella riflessione quasi ironica sui fatti stessi, sulle scie che lasciano, sulle rime e i parallelismi (per esempio, la prosopopea della sceneggiatrice che passa le sue giornate a raccontare le sue – immaginarie – amicizie importanti ritorna uguale e dolorosa nei racconti di Bandini, tornato a casa, agli amici di infanzia). Lo stile è secco, ma lascia spazio a vette di lirismo. I temi sono quelli consueti: l’insoddisfazione permanente, la fatica e la necessità della scrittura, le ridicole cerimonie dello show business, la violenta pulsione sessuale, il senso di colpa cattolico, la labilità dell’amicizia, il nido familiare e il bisogno di emanciparsene. Bello, quanto e forse più di Chiedi alla polvere.

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