Pubblicato da: PAdBN | 22 luglio 2008

Sogni di Bunker Hill (2)

«Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro, di molti libri, poi mi venne naturale, e mi sedetti lì, con una matita e un lungo blocco di carta, e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare perché le parole non mi sarebbero venute come ad Anderson, ma come gocce di sangue dal mio cuore».

«Un uomo ha il dovere di andare avanti».

«Stetti tutta la mattina a meditare tristemente. Facevo sempre così, frugare tra la cenere, cercare i difetti, sopraffatto dalla disperazione».

«Allora avvertii il mio dolore, il limite del mondo, la solitudine di chi è lontano e perduto, e stavo piangendo».

«Perché ero qui? Cosa facevo? Chi conoscevo? Nemmeno me stesso. Mi guardai le mani. Erano mani morbide da scrittore, le mani di uno scrittore contadino, non adatte al lavoro duro e neanche a comporre frasi. Cosa potevo fare?».

«Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanti altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare».

«Quando finimmo fu il momento di parlare, di fare domande al figliol prodigo. Loro non mi consideravano un fallito. Ero un eroe, un conquistatore tornato dai lontani campi di battaglia. Mi diedero persino la sensazione di contare qualcosa nel mondo».

«Avevo singhiozzato e piagnucolato e piansi fino a che fu uscito tutto, tutto quanto, e come sempre mi ritrovai solo nel mondo».

John Fante, Sogni di Bunker Hill (Dreams from Bunker Hill, 1982), ed. it. Einaudi.

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