Pubblicato da: PAdBN | 14 luglio 2008

Rushmore

«– Ehi, va tutto bene?
– Mi sento un po’ solo, ultimamente…
».

Rushmore (1998), regia di Wes Anderson

Max Fischer è un teenager inquieto. Figlio di un barbiere, frequenta grazie a una borsa di studio il prestigioso college di Rushmore, dove – a scapito dei voti – diventa un frenetico organizzatore di attività extracurricolari. In questo college, che è tutta la sua vita, crea un particolare gruppo di amici: Dirk, un ragazzino più piccolo che lo segue fedelmente; il signor Blume, padre solitario e annoiato di due suoi compagni di scuola; la signorina Cross, maestra elementare, di cui Max si innamora. Proprio questo innamoramento fa crollare il mondo del ragazzo: che viene cacciato da scuola, finisce in quella pubblica, smette per lavorare con il padre; che viene a conoscenza del rapporto amoroso tra i suoi due “amici” Cross e Blume; che scopre già a quindici anni quanto può essere dura la vita, pur armati di tutte le migliori intenzioni. La catarsi del teatro riuscirà a risistemare almeno qualche cosa…

Nota personale. Secondo film di Wes Anderson, potrebbe scatenare agilmente una “caccia al particolare che tornerà nei film seguenti” (alcuni indizi: quasi tutti gli attori, la fascinazione per Jacques Cousteau). Così come ci sono già le costanti stilistiche di Anderson, dalle scene in luoghi inattesi al gusto per l’inquadratura, dal dialogo acuto e surreale a una serie di personaggi devianti tratteggiata in brevi tratti. Film di formazione “sfasato”, dove ognuno sembra percorrere la propria strada incurante delle strade altrui, dove Max si muove – commettendo errori, certo, ma anche con perle di saggezza – tra individui (grandi e coetanei) egoisti, ipocriti o proprio cattivi, dove grandi amicizie – o, meglio, relazioni – nascono o cambiano con una sola battuta («Tutti e due abbiamo dei morti in famiglia», «– Lei è la mia Rushmore. – Anche la mia»). Certo non tutto è perfetto, ma bastano i quattro personaggi principali, o alcuni dialoghi – scritti dal regista con Owen Wilson. Le scene teatrali, che contemplano sempre l’inserzione di trucchi cinematografici, sono splendide. In Italia è comparso soltanto al Torino Film Festival, dieci anni fa.

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