Pubblicato da: PAdBN | 31 maggio 2008

Be Kind, Rewind (2)

«Il nostro passato appartiene a noi, e noi possiamo cambiarlo, se vogliamo…».

Be Kind, Rewind (2008), regia di Michel Gondry

Passaic, sobborgo nero alla periferia di New York. Un negozio di videocassette in un edificio cadente sta per chiudere, soffocato dalla concorrenza e dal piano regolatore. A complicare le cose, uno strano amico del commesso – rimasto fulminato in un tentativo di boicottare la locale centrale elettrica – smagnetizza tutte le cassette. Che fare? I due giovani si mettono a girare le loro versioni – sweded in originale, maroccate in italiano – di film famosi, le diffondono, diventano un culto cittadino. Tanto da richiamare le attenzioni delle mayor, che distruggono tutto il materiale e costringeranno i due a realizzare un film originale.

Nota personale. Un elogio della creatività e dello user generated content, un rimpianto verso una produzione analogica che non c’è (quasi) più, un atto di amore verso il cinema: basta una videocamera, una cassetta di recupero, un lenzuolo e si crea la magia dei film delle origini, del gusto per l’illusione fantastica à la Méliés che (semplificando) ha presto soppiantato l’idea di riproduzione del reale dei Lumière. Dopo il gioco di specchi sulla memoria di Eternal Sunshine of the Spotless Mind e l’indagine poetica sul labile confine tra realtà, immaginazione e sogno de La science des rèves, Gondry non riesce però a dar vita a un film altrettanto profondo e sfaccettato. L’idea è originale, alcuni temi tornano sottotraccia (il Rewind che diventa Remind nei titoli di testa, il remake come memoria idiosincratica), ma l’impressione è che si vada poco oltre il divertissement. Restano numerose intuizioni realizzative, veri e propri “trucchi” analogici, gioia continua per gli occhi dello spettatore: come la fotocopia del volto usata per “ingannare” l’effetto negativo e girare scene in notturna; o come il lungo (vero?) piano sequenza che incastra micro-scene da film noti.
Ma si inseriscono in uno sviluppo lineare, regolare, scontato, a cui non viene dato nemmeno l’onore di un vero finale. Menzione speciale per i titolisti italiani, la cui missione sembra essere quella di rovinare sistematicamente i nomi dei film di Gondry: dopo Se mi lasci ti cancello e L’arte del sogno, contariamente alle previsioni di questo blog, si è optato per un osceno Gli acchiappafilm, che rifà il verso al primo film “rifatto” dai protagonisti, Gli acchiappafantasmi. Mah.

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