Pubblicato da: PAdBN | 7 maggio 2008

Il treno per il Darjeeling

«Forse riusciremmo ad esprimerlo più pienamente se lo dicessimo senza parole. Vogliamo provare?».

Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007), regia di Wes Anderson.

Tre fratelli si ritrovano in India, dopo un anno passato senza vedersi. Profondamente diversi – uno ricco e autoritario, uno introverso e distaccato, uno indipendente e imperscrutabile -, decidono di affrontare un viaggio spirituale alla ricerca di se stessi a bordo di un treno, il Darjeeling Limited. Spaesati, perennemente in corsa, con mille valigie al seguito, i tre cercheranno di sanare le ferite del loro rapporto, di rielaborare la morte del padre, di ritrovare una madre evanescente, di imparare a convivere tra di loro e con gli altri. E scopriranno che il viaggio, le avventure, gli errori, le difficoltà li stanno (forse) cambiando.

Nota personale. Un road movie, dove l’ambientazione esotica aggiunge qualcosa (per i colori della fotografia, per l’occasione dell’incontro con altre culture) e al tempo stesso non aggiunge granché (per la struttura, per l’estraneità dei personaggi a qualsiasi contesto). Owen Wilson e Adrien Brody sono perfetti, con la loro totale assenza di profondità, ma il vero protagonista è Jason Schwarzman, semplicemente fantastico: co-sceneggiatore, si è ritagliato lo spazio del fratello enigmatico, autonomo, con velleità di scrittura. I camei di altri due (grandi) attori del clan di Anderson, Bill Murray (un quasi-personaggio, che inganna lo spettatore nella magistrale scena di apertura) e Anjelica Houston, sono esattamente quello che ci si aspetta da un film come questo. Anderson si perde nei dettagli, dalle sigle sulle valigie alle panoramiche nei diversi scompartimenti del treno, dai primi piani dei flaconi di medicinali agli scorci dei villaggi affollati. L’idea di collocare un cortometraggio in apertura, che introduce il personaggio di Schwarzman (con Natalie Portman) e che verrà continuamente richiamato nel film, compreso il finale, aggiunge un ulteriore livello di “cazzeggio intellettuale” a quelli, numerosi, già in atto (dai riferimenti incrociati alla colonna sonora, dal flashback alle curiosità nascoste persino nei titoli di coda). Una (grossa) pecca: ogni tanto non si capisce bene dove Anderson voglia andare a parare. E così il confine tra lo sguardo ironico e distaccato sul “turista americano nel mondo” e la pedissequa adesione ai suoi comportamenti diventa particolarmente labile, e a volte superata.

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