Pubblicato da: PAdBN | 6 maggio 2008

Ovosodo

«Era la mia mente che faceva casino per non pensare a quello che stava pensando».

Ovosodo (1997), regia di Paolo Virzì

L’educazione sentimentale (e non solo) di Piero, ragazzo nato nella periferia di Livorno. Famiglia difficile, col padre in prigione, un fratello disabile, una matrigna capricciosa. Lo vediamo crescere, affrontare la morte della madre, quindi passare alle medie. Qui incontra Giovanna, la professoressa di italiano che ne scopre il talento e farà di tutto per aiutarlo a prendere la maturità classica. Il passaggio al liceo, lo scontro con i compagni provenienti dalle migliori famiglie della borghesia cittadina, l’incontro con Tommaso, l’unico che sembra diverso, gli faranno presto capire che viene da un altro mondo. Mentre un viaggio a Roma, la cotta per la cugina di Tommaso, il servizio militare, il lavoro in fabbrica e l’improvviso accorgersi della vicina di casa da sempre innamorata di lui lo aiuteranno a realizzare che il suo mondo, pur “altro”, non è poi così male, in fondo.

Nota personale. Attraverso gli occhi di un ragazzo che cresce, prima ingenuo e via via più consapevole, scopriamo la vita ai margini, la speranza di crescere, la necessità di adeguarsi. E il difficile equilibrio da trovare tra ciò che ti viene imposto dalle circostanze e ciò che puoi/vuoi fare per dare un senso alla tua vita. Tutto, sempre, con estrema leggerezza: tra battute, ricordi, nostalgie, improvvise illuminazioni. Una leggerezza che spesso però nasconde (o evidenzia) la crudeltà delle cose: sia il rimpiazzo istantaneo della madre o lo scoprire che il proprio migliore amico è il figlio del maggior industriale della zona, proprio quello da cui si finirà a lavorare come operaio. Regia fresca, spigliata, con salti e sguardi in macchina. Echi felliniani evidenti (nel colore, nella figura della negoziante, nella fascinazione per il teatro ed il circo), accenti toscani ovunque. Una Claudia Pandolfi giovanissima, un protagonista (Edoardo Gabriellini) molto bravo. Lotta di classe col sorriso (amaro), insomma.

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