Pubblicato da: PAdBN | 28 aprile 2008

Everyman

«La cosa più straziante è sempre la normalità, il constatare ancora una volta che la realtà della morte scaccia ogni cosa».

Philip Roth, Everyman (2006), ed. it. Einaudi

Il racconto della vita di un uomo, mai chiamato per nome forse a indicare qualsiasi uomo (everyman, appunto), si dipana attraverso le sofferenze, le malattie, la morte. Si inizia nel momento in cui tutto finisce, con gli elogi funebri dei partecipanti al funerale, in un vecchio cimitero ebraico vicino all’autostrada per Newark. Ma presto si torna al primo incontro con la morte, un cadavere portato dalla corrente sulla spiaggia della cittadina in cui trascorreva le vacanze da bambino, e con la malattia, il primo ricovero in ospedale e la prima operazione per un’ernia inguinale. L’intera vita del protagonista si rivela così come un susseguirsi di momenti di infermità, di paura e di dolore, propri e altrui, che portano a grandi passi verso una fine inevitabile – e già svelata.

Nota personale. Romanzo breve sull’avvicinarsi della morte e sul crescere dell’attaccamento, quasi morboso, alla vita, sul dolore e sulla resistenza al dolore. La vita non è altro che un susseguirsi caotico e frammentario di infermità, di tristezze, di sofferenze, che tutte insieme definiscono il percorso solitario di un uomo. Pure le persone che crescono intorno al protagonista (i genitori, il fratello Howie, la figlia adorata Nancy, la seconda moglie Phoebe, l’infermiera amorosa Maureen) non sono altro che comprimari che assistono o meno il malato, che sono colpiti o meno dalle proprie malattie – spesso parallele, talvolta incrociate a quelle dell’everyman: ed è così, attraverso le reti di ricordi e i rimandi indietro nel tempo sollecitati da una degenza o da un’operazione, che li conosciamo, che ne scopriamo le storie personali – e, di riflesso, ricostruiamo quella del protagonista. Alcuni personaggi sono tratteggiati in poche righe, ma lasciano il segno: basti pensare all’allieva del corso di pittura che il protagonista tiene nel residence. Numerose le tracce di Pastorale americana, anche se la vita ingrata ma pulsante lascia qui il posto all’attesa della morte, allo scorrere lento – eppure troppo veloce – del tempo, alla voglia di vivere che cresce quando non c’è più vita: nella figura del fratello, perfetto interprete del sogno americano come Seymour, ma più fortunato; nel procedere del racconto in disordine, per richiami e illuminazioni, a significare che la storia è sempre personale; nell’ambiente ebraico americano, sempre sullo sfondo; nella descrizione minuziosa del lavoro manuale, là la fabbrica di pelle, qui una bottega di gioielliere / orologiaio e poi – in alcune pagine minuziose – l’opera del becchino di colore. Bello.

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