Pubblicato da: PAdBN | 11 marzo 2008

Piccoli suicidi tra amici

Piccoli suicidi tra amici

«Qualcuno raccontò di aver letto che la forma più atroce di angoscia della morte era la paura del bambino di precipitare irrevocabilmente fuori dal globo terrestre, dal grembo materno, nel vuoto infinito dell’universo».

«Se manca la corda, non c’è modo di impiccarsi alla trave».

Arto Paasilinna, Piccoli suicidi tra amici (1990), ed. it. Iperborea

Il direttore Onni Rellonen, reduce da numerosi fallimenti finanziari e affettivi, decide di suicidarsi in un fienile in campagna. Ma, una volta giunto a destinazione, vi trova un’altra persona intenzionata al suicidio: il colonnello Hermanni Kemppainen, rimasto solo dopo la morte della moglie. Incapaci di continuare, ma fermamente intenzionati nel proposito di porre fine alle loro vite, decidono di mettersi in contatto con altre persone che vogliono suicidarsi: per trovare insieme un nuovo senso per continuare o, alla peggio, per un suicidio di massa. Dopo aver coinvolto un’altra aspirante suicida, la vicepreside Helena Puusaari, e aver organizzato un affollatissimo seminario di Suicidologia, il gruppo – presto formalizzatosi come Morituri Anonimi – decide di viaggiare insieme fino a Capo Nord, su un pullman di lusso che dovrà schiantarsi in un dirupo ai confini dell’Europa. Ma, tra gli incontri lungo la strada e le diverse personalità coinvolte nel viaggio, non tutto andrà come previsto…

Nota personale. Ammirevole (e forse necessario), scherzare sul suicidio in un paese che conta un elevatissimo numero di persone che ogni anno si tolgono la vita. Ed è proprio questo che più colpisce: il tono divertito e leggero, distaccato e un po’ ridicolo che il narratore assume lungo tutto il romanzo, dalle battute iniziali all’epilogo. Con personaggi che in pochi tratti diventano pienamente umani, con i loro difetti e le loro piccole e grandi meschinità. La trama, che alterna inverosimiglianza e dettagli solo apparentemente inutili, scorre rapida come il pullman che divora territori con il suo carico di inquietudini. Lo stile è molto particolare nel suo non aver particolarità. Non so quanto sia attribuibile alla lingua (o alla traduzione), ma ogni frase è semplice, lineare: pochissime subordinate, progressioni standard di soggetto-verbo-complemento, nessuna immagine verbale se non resa evidente dalla diegesi (come con le storie narrate dallo scanzonato Seppo Sorjonen). E quasi nessuna digressione più generale, nessuna deviazione dal percorso principale dei pur numerosi personaggi. Manca qualcosa, ed è proprio il qualcosa che consente il salto dalla grande storia al grande romanzo.

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