Pubblicato da: PAdBN | 22 febbraio 2008

Lo scafandro e la farfalla

 Lo scafandro e la farfalla

«L’immaginazione e la memoria sono i soli mezzi che ho per evadere dal mio scafandro».

«Siamo tutti dei bambini. Abbiamo tutti bisogno di riconoscimenti».

Lo scafandro e la farfalla (Le Scaphandre et le papillon, 2007), regia di Julian Schnabel

Jean Dominique Bauby, per gli amici Jean-Dò, è un quarantenne di successo, redattore di Elle, una (ex) moglie, tre figli, una nuova fiamma. Poi, di colpo, l’ictus che lo porta alla locked in syndrome: paralizzato ma perfettamente cosciente, solo un occhio per comunicare con il mondo. Il suo mondo diventa l’ospedale, dove gli amici e gli amori lo raggiungono, dove incontra nuove persone. E attraverso il solo movimento delle palpebre riuscirà a scrivere un libro sulla sua esperienza, sui suoi ricordi, sulle possibilità di evadere dalla sua gabbia. Storia (e libro) veri.

Nota personale. Vicenda di indubbia efficacia. Al di là della malattia e della forza di volontà, il grande tema è la comunicazione: difficoltosa e mediata, diventa necessariamente ridotta all’essenziale; ma rimane la caratteristica definitoria dell’essere umano, l’unico modo di diventare “farfalla”, di rielaborare esperienze precedenti, di lasciare una traccia. E di avere un rapporto, almeno di prossimità, con i propri figli, gli amici, i medici, la donna che lo aiuta a scrivere il libro. Il dramma è palpabile, vicino, potente. L’intreccio si apre e si chiude sull’incidente, si sviluppa lungo l’intera degenza, alternando flash del passato e rappresentazioni immaginarie. A livello narrativo, alcune scene condensano una molteplicità di sensazioni, che vanno dalla pietà alla tristezza, dal pessimismo alla leggera ironia. Peccato che il film distanzi lo spettatore proprio mediante gli strumenti con cui dovrebbe avvicinarlo: le frequenti soggettive, storte e sfocate, soprattutto nella lunga scena iniziale, danno l’idea ma non aiutano l’identificazione; la voce fuori campo è sempre un po’ estranea; le inquadrature sott’acqua (secondo tradizione da L’Atalante a Il laureato) sono quasi gratuite. Si salvano alcune marche autoriali: il flash-back sul viaggio a Lourdes, che ne restituisce un’immagine inedita e straniante; o la traversata di Parigi in auto, con riprese a 90 e 180° rispetto alla visione normale. Colonna sonora appena accennata, che si apre con La mer di Charles Trenet. Il sistema di comunicazione basato su un ordine alfabetico apposito (e sulla chiusura dell’occhio in coincidenza della lettera) ha sicuramente dato qualche grattacapo agli adattatori italiani: ho il sospetto che l’ordine delle lettere cambiasse almeno qualche volta, così da consentire sempre la composizione dei corrispettivi italiani. In definitiva, un compito svolto discretamente: le potenzialità erano ben maggiori.

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Responses

  1. Anche qui concordo..
    lo sapevi che oltre a noi due
    solo un’altra dozzina di persone
    ha visto questo film?
    scusa il tu..per quanto la professionalità di questi tuoi post mi suggerisca di conferirti un Lei, purtroppo sentir parlare di cinema e arte in genere in modo così appassionato mi fa pensare più al tuo lato umano..

    giorgia.


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