Pubblicato da: PAdBN | 17 febbraio 2008

Jimmy Corrigan

Jimmy Corrigan

«I couldn’t be happier… I couldn’t be happier».

«Lonely, alone, or by oneself. The permanent state of being for all humans, despite any efforts to the contrary. Can be soothed or subdued in a variety of ways: marriage, sexual intercourse, board games, literature, music, poetry, television, party hats, pastries, etc., but cannot be solved».

Chris Ware, Jimmy Corrigan, the Smartest Kid on Earth. Official Paperbound Apologue (2000), Jonathan Cape/Pantheon Books

Jimmy Corrigan è un giovane-vecchio: oppresso da una madre che lo chiama continuamente, inchiodato a un lavoro senza sbocchi, incapace di relazionarsi con il prossimo – soprattutto quando è donna -, solo in un piccolo appartamento. Non ha mai conosciuto il padre, che nelle sue fantasie sostituisce con un Superman imbolsito e suicida. Un giorno riceve un biglietto aereo: è proprio il padre, che lo invita a incontrarlo per il Ringraziamento. Jimmy, tra mille difficoltà, quasi di nascosto, si convince a partire. Lo attende all’aeroporto, tenta di instaurare un rapporto… Conoscerà il nonno ormai vecchio, e una sorella (adottata) di cui ignorava l’esistenza. E alla sua storia si incrocia quella del nonno, anche lui un bambino abbandonato dal padre, con il racconto dei suoi difficili anni di scuola che scorre parallelo alla lenta costruzione dell’Esposizione Universale di Chicago. Fino alla conclusione, che alterna elementi drammatici a scorci di una futura speranza.

Nota personale. Ironizzando, nelle istruzioni di apertura, Ware autodefinisce il libro come “the greatest achievement of the form, ever“, e non è che sbagli poi molto (certo, c’è sempre Maus di Art Spiegelman). Un libro corposo e difficile, ma presto ci si ritrova completamente dentro il mondo narrativo. E ne vale assolutamente la pena. Poche battute di dialogo (spesso nemmeno completo) bastano a immedesimarsi in Jimmy, a riconoscerne tutte le difficoltà e le mancanze, a capire il suo ambiente, a conoscere le persone che lo circondano, a soffrire, illudersi, scoprire con lui. Lo stesso vale per la storia primo-novecentesca del nonno, dove delle didascalie (in corsivo, spesso su sfondo nero, riccamente adornate da fregi liberty, come nei fumetti coevi) narrate in prima persona ci consentono di affrontare i primi amori, delusioni e difficoltà di un bambino alle prese con la morte della nonna, la povertà che avanza, un padre violento. Nel libro, la forma-fumetto viene portata al suo limite estremo, con sperimentazioni di ogni genere: la copertina illustrata in ogni spazio, con pure una tavola dedicata alla storia di una copia del libro; le istruzioni semiserie per l’uso del libro e il dizionario finale che completa la storia; le pagine di testo fitto fitto; i riquadri che occupano una pagina intera; le sequenze “sbilanciate” o disordinate; l’inserzione di falsi titoli decorati in stili differenti; il richiamo a forme e tipi di fumetto di periodi diversi; le figure che sarebbero da ritagliare e costruire; le simmetrie presenti quasi in ogni tavola; le mappe che condensano informazioni in due sole pagine; le congiunzioni che spesso occupano lo spazio di un riquadro. Con il frequente salto tra tempi e luoghi differenti. E con la scelta precisa di non inquadrare nessuno se non i protagonisti: spesso gli interlocutori sono sfocati, assenti, tagliati fuori dal riquadro. Un libro affine ai migliori romanzi americani contemporanei, molto bello, molto più di quanto possa trasparire da queste righe. E non è mai stato tradotto in italiano… Grazie a Fabio.

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