Pubblicato da: PAdBN | 29 gennaio 2008

Into the Wild

Into the Wild 

«Se ammettiamo che l’essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere».

Into the Wild – Nelle terre selvagge (2007), regia di Sean Penn

Christopher McCandless si laurea, ma non ha nessuna intenzione di ritornare alla sua vita fatta di falsità e convenienze: cerca la verità in modo intransigente, senza compromessi. Decide così di partire, bruciando soldi e documenti, senza tenere i contatti con nessuno (nemmeno i genitori, nemmeno la sorella che spesso fa da voce narrante). Per due anni vaga per gli Stati Uniti, incrociando il cammino di altre persone e facendo esperienze (si getta nei canyon con il kayak, oltrepassa la frontiera messicana, impara a mietere, si stabilisce in una comune). Maturando, man mano che il tempo passa, un obiettivo preciso: vivere, o meglio sopravvivere, in Alaska, completamente solo, a stretto contatto con la natura incontaminata. In una successione di capitoli che vanno dall’infanzia alla maturità spirituale, il percorso del viaggio si interseca costantemente alla permanenza nel Grande Nord, segnata dal ritrovamento di un “Magic Bus” che diventerà rifugio, punto di riferimento costante, trappola. Tratto da una storia vera, narrata nel libro Nelle terre estreme di Jon Kracauer.

Nota personale. Ho letto gente che scrive, ho sentito gente che dice che questo è un film sul superare i propri limiti, sull’immergersi nella natura, sul coraggio e la forza di volontà necessari a trovare se stessi. Sarà che di queste cose mi è sempre importato piuttosto poco, ma secondo me il cuore del film è altrove. Into the Wild è interamente permeato dalla solitudine: il viaggio diventa fuga dagli obblighi e dai doveri, l’esplorazione dei confini propri e del mondo diventa amara consapevolezza di essere solo, incapace di trovare un qualunque equilibrio (precario), bisognoso di conferme e di rapporti umani. Quando il protagonista se ne renderà conto, scrivendo tra le righe di un libro che «La felicità è reale solo quando è condivisa», sarà troppo tardi. Lontano dall’essere (solo) un’esaltazione della natura selvaggia e incontaminata, il film è permeato da una tristezza infinita e irrisolvibile. Ed è così che le parti più compiute del film non sono tanto le avventure in Alaska quanto gli incontri “preparatori” nel lungo viaggio attraverso l’America: la coppia di hippy, la ragazza che si innamora di Christopher, l’agricoltore coinvolto in strani traffici (un irriconoscibile Vince Vaughn), soprattutto l’anziano militare che trova la forza di uscire di casa e affrontare il mondo. Da ognuna di queste persone Chris prende qualcosa (ma sempre con qualche resistenza, e concentrato sull’obiettivo altrove), a ciascuna lascia molto di più. Il film non è pienamente compiuto: la regia è naif e poco strutturata, l’attore principale (Emile Hirsh) non sempre regge il peso del film, le inquadrature degli ampi spazi naturali cadono spesso nel già visto. Ma l’immaginario anche umano della frontiera è potente (la strada, il treno, il pullmino hippy), il richiamo letterario (in primis a Thoreau, ma ci sono echi beat) è costante, la punteggiatura degli accordi di chitarra e delle canzoni di Eddie Vedder aiuta a immedesimarsi. Due ore e mezza ben spese.

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