Pubblicato da: PAdBN | 15 gennaio 2008

Leoni per agnelli

Leoni per agnelli 

«E’ meglio provare e non riuscire che non riuscire a provare».

Leoni per agnelli (Lions for Lambs, 2007), regia di Robert Redford

Stati Uniti, al giorno d’oggi: una nuova offensiva, basata su piccoli gruppi di soldati, sta per essere lanciata in Afghanistan. Tre storie molto differenti si sovrappongono e si intrecciano. Un ambizioso senatore repubblicano convoca la giornalista progressista che anni prima lo aveva lanciato in politica per darle in anteprima la notizia dell’attacco. Due giovani volontari, un afroamericano e un ispanico, abbandonata l’università sono al fronte e fanno parte della squadra mandata sulle alture innevate a stabilire un primo avamposto. Il loro vecchio insegnante di scienza politica cerca di convincere uno studente promettente a non lasciarsi prendere dallo sconforto e dalla disillusione, impegnandosi attivamente per cercare di cambiare qualcosa.

Nota personale. Un film politico, con i pregi e i difetti del genere. Comincio dagli ultimi (perché sono meno): la (forse) inevitabile retorica di fondo, molto americana e un pochino populista; alcuni personaggi minori tagliati con l’accetta; le scene dal fronte nel loro complesso, troppo schematiche e “costruite”, quasi un corpo estraneo che poco aggiunge al film. E adesso gli aspetti positivi: i dialoghi impeccabili, complessi senza essere complicati; le prove d’attore di Robert Redford, Meryl Streep e di un quasi irriconoscibile Tom Cruise; la cura nell’ambientazione e nel commento sonoro, mai troppo evidente; il finale aperto (almeno per la storia “giornalistico/politica” e per quella “accademica”), un vero e proprio pugno nello stomaco. La parte meglio riuscita è senza dubbio il colloquio tra Cruise e Streep, che presto diventa un confronto serrato tra opposti: repubblicani vs. democratici, politici vs. giornalisti, azione vs. riflessione, spregiudicatezza vs. attenzione al passato e ai suoi insegnamenti. Un confronto dove la verità non sta da una parte sola (anche se, ovviamente, tende più all’una che all’altra), ma vengono messi a tema – dietro le apparenze patinate e cortesi – gli errori, le incertezze, i dubbi di entrambe le fazioni.
A margine: l’edizione italiana, caso raro, presenta un buon lavoro di editing grafico che grazie al digitale traduce in italiano i grafici e le tabelle delle inquadrature iniziali, le mappe militari, persino (e qui forse “stona” un po’) l’incipit di un articolo di Time e un appunto sul taccuino di Meryl Streep. Sono lontani i tempi in cui il “perfezionista” Kubrick, durante la realizzazione di Shining (1980), doveva girare tante inquadrature del foglio nella macchina da scrivere di Jack Torrance (“Il mattino ha l’oro in bocca”, in Italia) quante erano le lingue principali in cui il film sarebbe stato distribuito…

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Responses

  1. senti, nel caso volessi vedere L’allenatore nel pallone 2 per recensirlo, ti avverto che il mio coinquilino me l’ha sconsigliato. E’ un film un po’ appizzottato.

  2. Ora, uno lo trascinano una volta a vedere Pieraccioni e perde di colpo la (poca) credibilità. Uffa.


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