Pubblicato da: PAdBN | 21 novembre 2007

David Boring

David Boring 

«Ricorda quel che si dice: tutto è stato già raccontato, quindi, se hai qualcosa da dire, dilla in modo diverso!».

Daniel Clowes, David Boring (2000), ed. it. Coconino Press

Narratore in prima persona ed (anti)eroe eponimo, David Boring è un ventenne decisamente particolare (sembra incapace di provare emozioni, colleziona ritagli di rivista, è ossessionato dalle tracce lasciate dal padre-autore di fumetti), circondato da persone altrettanto particolari. Una madre impicciona e scostante, un’amica e coinquilina (lesbica) rabbiosa, una serie di donne enigmatiche, un vecchio zio dai toni apocalittici, una coppia male assortita, un professore ossessionato da una vecchia fiamma compongono una vera e propria galleria di freaks. In un paesaggio decadente e apocalittico, si affastellano tradimenti, aggressioni fisiche e morali, omicidi tentati e riusciti, fughe e ricerche, nel tentativo disperato di trovare un qualche impossibile equilibrio. Con il costante riferimento alla casa di famiglia su un’isola, lontana dalla civiltà, che incarna sia un universo concentrazionario e di controllo sia un paradiso perduto e, forse, ritrovato…

Nota personale. Posso dire graphic novel? Il disegno è un bianco e nero cupo, spesso sfumato. I volti sono lividi e inespressivi. I passaggi, anche bruschi, vengono spiegati da didascalie lunghe e articolate. La struttura richiama i tempi di un film noir, di cui vengono presentati anche gli apparati (locandine, teaser). Alcune grandi idee: il meta-fumetto, con la sottotrama della ricerca di indizi sul padre scomparso attraverso le tavole disegnate da lui (visivamente distinte grazie a una retinatura old-fashioned); l’atmosfera opprimente e priva di senso, dove i personaggi si muovono quasi come automi; le ellissi usate in senso straniante, per esempio con il passaggio immediato dalle prime schermaglie iniziali al momento clou nelle scene di sesso o in quelle più pulp. Il (grosso) problema è che l’insieme non convince: troppi spunti lasciati cadere, personaggi che non trovano spazio sufficiente, un generale senso di incompiutezza che rimane anche una volta giunti alla fine.

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