Pubblicato da: PAdBN | 19 novembre 2007

annisettanta

annisettanta

annisettanta. il decennio lungo del secolo breve, a cura di Gianni Canova, Triennale di Milano, dal 27 ottobre 2007 al 30 marzo 2008.

Un viaggio lungo le principali manifestazioni del decennio, dal 1969 al 1980. Dopo un’installazione iniziale in cui si mescolano suoni, fotografie e video amatoriali, il percorso procede attraverso una serie di stanze dedicate ciascuna a un singolo aspetto, evento, medium. Televisione, cinema, teatro, radio, letteratura, fumetto, design, architettura, stampa, pubblicità, videogioco, moda, musica, arte: quasi ogni aspetto della popular culture e della cultura “alta” è trattato, o quantomeno accennato.

Nota personale. La mostra vuole essere evocativa, più che spiegare nel dettaglio: se in alcuni casi la scelta può essere azzeccata, in altri si ha la netta sensazione di perdersi qualcosa, pure di importante. Alcune “stanze” sono ottime. Efficace la galleria della stampa, con le prime pagine dei quotidiani nei giorni cruciali del decennio, l’evoluzione lineare delle copertine dei periodici e i volantini politici fluttuanti nel vuoto. Peppino Ortoleva presenta una riflessione sul passaggio culturale dal bianco e nero al colore, una ricostruzione degli studi radiofonici di Radio Popolare e un collage di spezzoni televisivi (a cui, peraltro, ho inconsapevolmente contribuito!). Marco Belpoliti ricopre una stanza con gli incipit dei libri (indifferentemente romanzi, raccolte poetiche, saggi) usciti nel decennio, fotocopiati dalle prime edizioni e contrassegnati con titolo e autore aggiunti a penna sul muro. Gian Piero Brunetta prepara, passando per una galleria dove si possono spiare letteralmente dal buco della serratura le immagini dei film porno-soft all’italiana, un film di montaggio (“Rosso settanta”) che mescola il cinema di genere con “Una giornata uggiosa” di Battisti e altre suggestioni (splendido il passaggio di un “Profondo Rosso” accelerato). Altre (purtroppo, la maggior parte) sono invece fuori fuoco. Lo spazio dedicato al videogioco diventa una semplice cronologia delle tecnologie, che arriva fino al GameCube e al WII. La massa delle manifestazioni viene ridotta a un giochetto elettronico (pure datato) stile chroma key. La pubblicità e il fumetto vengono liquidati con qualche immagine e un paio di filmati. L’architettura e il design presentano opere senza spiegazioni. La galleria d’arte contiene solo opere realizzate in decenni successivi (perché?). La musica, nonostante le frasi da De André sparse per i corridoi, ha uno spazio ridicolo (e limitato a qualche immagine di concerto e a qualche copertina, calpestabile e calpestata, di vinile). La moda si concentra sulla promozione (obbligata, temo) del marchio Fiorucci. Di pessimo gusto la ricostruzione della cella della prigionia di Aldo Moro. Rischia lo stesso effetto, ma fortunatamente lo evita (e fa davvero scorrere i brividi lungo la schiena) l’Alfa Romeo di Pasolini, unico arredo di una stanza vuota e completamente buia, con solo i fari accesi. Altro allestimento riuscito e di forte impatto, vero viaggio all’indietro nel tempo, infine, la ricostruzione di un bar “in stile”, curatissima nei dettagli: la macchinetta delle gomme da masticare, gli amari dietro al bancone, i tavoli con le carte da gioco, i quadri alle pareti, un jukebox (riempito però, tocca ammetterlo, con molte canzoni dei sixties). Insomma, grandi intenzioni e realizzazione (inevitabilmente?) più modesta. Comunque, meno male che ci sono mostre così. Tempo di fruzione variabile: dalla mezz’ora di un “passeggio evocativo” alle quasi cinque ore del vostro recensore…


Responses

  1. mi sa che me la vado a vedere!! :)


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