Pubblicato da: PAdBN | 1 ottobre 2007

David LaChapelle

Museum

David LaChapelle, Museum
Milano, Palazzo Reale, dal 25 settembre al 6 gennaio

Oltre 300 fotografie in mostra, a seguire una carriera partita trent’anni fa dalla Interview di Andy Warhol. Immagini piene di merci, di oggetti, di corpi: l’horror vacui diventa un falso iper-realismo dai colori vivaci e palesemente falsi. Modelle-bambole in situazioni equivoche, star hollywoodiane che giocano con la loro iconografia, riprese delle icone della pop art, a unire la fotografia di moda e la critica al consumismo, la sessualità disturbante e il gioco ironico e un po’ cinico. Fino alle creazioni recenti, dove a fare da padrone è il tema della catastrofe: modelle davanti a case distrutte dal terremoto, musei allagati, personaggi annegati ripresi sott’acqua, un diluvio universale che richiama espressamente il Michelangelo della Cappella Sistina. Completano la mostra una selezione di video e il making of di due composizioni particolarmente elaborate, il Deluge e la pietà con Courtney Love.

Nota personale. Imperdibile per chiunque apprezzi la cultura pop, nel suo senso più ampio. Molti i materiali noti (apparsi su riviste, visibili sul web), altrettante le novità: man mano che ci si allontana dal mondo della moda e dallo star system per visioni più cupe e pessimiste, aumentano le scoperte. Ogni foto permette giochi diversi: l’impatto iniziale, il riconoscimento del volto noto, la ricerca di richiami e riferimenti (nel titolo, negli elementi in secondo piano). La mostra richiede tempo, anche solo per una carrellata che si sofferma su ciò che più colpisce. Unico neo, la disposizione apparentemente casuale dei pannelli esplicativi.

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Responses

  1. L’ho molto apprezata, anche se mi è sembrata una sfilata di persone intente a riconoscere i personaggi famosi immortalati in foto piuttosto che un occasione per studiare cosa ci fosse dietro e attorno a quei volti..la notorietà dei soggetti ha forse un pò offuscato l importanza delle tematiche.
    tuttavia è stata stimolante.
    un peccato che tu nn abbia recensito anche quella di Helmut Newton.

    giorgia.


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