Pubblicato da: PAdBN | 27 settembre 2007

Io non sono qui

Io non sono qui

«Io accetto il caos, non so se lui accetta me».

«Lei vuole che io dica quello che lei vuole che io dica».

Io non sono qui (2007), di Todd Haynes

Uno sguardo multiforme e sfaccettato, caleidoscopico, alla vita, alle canzoni, alle ispirazioni di Bob Dylan. I differenti aspetti della sua personalità e del suo mito sono incarnati in altrettanti personaggi, i cui racconti si intrecciano sullo schermo tra loro e con la Storia (la guerra fredda, il Vietnam). Il bambino di colore che canta il folk e va a trovare Woody Guthrie; il poeta Arthur Rimbaud che risponde a un interrogatorio di polizia; l’attore con un matrimonio tormentato (legato a doppio filo alla protesta e alla guerra in Vietnam); il fantasma assente che risalta dalle interviste tipo rockumentary a una folksinger (la trasfigurazione di Joan Baez) e ad altri personaggi; il cristiano convertito al termine di una lunga ricerca spirituale; il fuggitivo Billy the Kid alle prese con la scomparsa di un villaggio onirico di fronte alla modernità; soprattutto, il cantante (una Cate Blanchett da Oscar) che affronta i fan e la critica portando avanti le sue scelte artistiche (la famosa “svolta elettrica”), che si muove nel bel mondo degli anni Sessanta (tra Allen Ginsberg, i Beatles e Brian Jones), che cerca di conciliare successo e disagio personale.

Nota personale. Un film denso, ricco di riferimenti e dettagli alle vicissitudini e alla scrittura di Dylan: particolari che ritornano, discorsi che si incrociano, la figurativizzazione di alcune canzoni (come “The Ballad of a Thin Man”). Accanto a questa profusione di dettagli, per appassionati ma non solo, si può notare una ricerca espressiva altrettanto complessa: l’uso di registri diversi (dal documentario alla commedia slapstick, dal western al fantastico alla Burton, dall’espressionismo all’estetica della camera fissa), la fotografia che varia a seconda dei periodi (dal bianco e nero al technicolor, dallo slavato anni Settanta a una luce “normale”), l’intreccio delle storie e della Storia (con foto richiamate per associazione, rapide dissolvenze, arditi accostamenti), le inquadrature con giochi di luce e di quadro ed effetti complessi, soprattutto nella parte in bianco e nero. E, ovviamente, non va dimenticato il costante supporto delle parole, delle poesie, delle canzoni di Dylan, adeguatamente contestualizzate o usate come suggestione: una colonna sonora splendida, che evita le scelte più banali e propone ottimi brani in ottimi arrangiamenti (anche non di Dylan). Bravi gli attori: oltre a Cate Blanchett, Christian Bale, Heath Ledger, Ben Whishaw, Richard Gere, Marcus Carl Franklin e ancora Charlotte Gainsbourg e Julianne Moore. Da conoscitore abbastanza recente di Dylan, non credo di aver capito più del 50% delle suggestioni. Ma è più che sufficiente ad avermi fatto apprezzare (e tanto) il film, e a convincermi, prima o poi, a rivederlo per proseguire nella ricerca…

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Responses

  1. io invece sono qui! nei commenti! un saluto! :)

  2. ok. il blog l’ho trovato e anche la recensione, come vedi.
    Non resta che andare a vedere il film e ringraziarti per la suggestione. E io che credevo che il blog fosse quello del “quotidiano della sottobrianza”…
    A presto,
    e stammi bene.
    Ah, io ti citazioni ne capirò anche meno, ma non importa. L’importante è il feeling. No? Saluti!


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