Pubblicato da: PAdBN | 10 agosto 2007

Underworld

Underworld

«Le cose tendono a slittare fiaccamente verso l’involuzione. Pettegolezzi, voci, promozioni, personalità, è naturale, no? – tutti i difetti umani che prendono spazio nell’anima dell’azienda. Ma il mondo persiste, il mondo guarisce in un certo senso. Senti i punti di contatto intorno a te, la carezza di griglie collegate che ti danno un senso di ordine e di padronanza. E’ là, nelle trillanti file di telefoni, nei fax e nelle fotocopiatrici e in tutta la logica oceanica immagazzinata nel computer. Lamentatevi della tecnologia finché volete, ma in realtà aumenta la stima di noi stessi, e ci collega, con i nostri abiti ben stirati, alle cose che passano nel mondo altrimenti inosservate».

Don De Lillo, Underworld (1995), ed. italiana Einaudi

La guerra fredda narrata attraverso le vicissitudini di una palla da baseball: è quanto De Lillo tenta di (e riesce a) fare con il suo magnifico Underworld. Il romanzo comincia con la descrizione di una partita del 1951 destinata a entrare nella storia, la finale tra Dodgers e Giants. Ma più che l’evolversi del gioco interessa quello che succede sugli spalti, tra celebrità e gente comune, fino al momento in cui ribalta e platea si uniscono: il fuoricampo che pone termine al gioco, fa vincere i Giants e porta la palla nelle mani di un ragazzino di colore, Cotter. Se l’esordio fa pensare a un romanzo classico, presto però tutto cambia. Le sezioni scorrono indietro nel tempo, dall’estate 1992 ai giorni immediatamente successivi alla partita. Il testo , capitolo dopo capitolo, addirittura paragrafo dopo paragrafo, segue le storie a ritroso di moltissimi personaggi, colti in momenti importanti della loro vita o della storia americana. I collegamenti tra persone, cose, istituzioni (se presenti) si scoprono nel corso della lettura, collegando frammenti, cercando indizi, cercando di far combaciare punti di vista. La storia della palla è così un pretesto per raccontare la guerra fredda, così come la guerra fredda è un pretesto e uno sfondo per le storie di persone reali (come Edgar J. Hoover, o Lenny Bruce, i cui spettacoli sono seguiti in una sorta di cronaca per raccontare la crisi dei missili di Cuba) e fantastiche, di emarginati del Bronx e di artisti, di suore combattive e di anziani professori, di militari e di manager. Il vero protagonista è forse Nick, di cui si seguono (al contrario) la giovinezza sbandata, la fugace relazione con una donna sposata, la rieducazione dai gesuiti, il matrimonio e il tradimento, la carriera come PR per un’azienda che si occupa di rifiuti e poi come conferenziere: è lui il legame con buona parte degli altri personaggi (il fratello, la moglie, il collega, la vecchia amante divenuta artista), è lui che ci porta in giro per l’America e oltre, è a lui (anche) che viene affidata la conclusione… O forse i veri protagonisti sono i mezzi di comunicazione, le tecnologie, i rifiuti.

Nota personale. Con le sue 880 pagine è probabilmente il libro più lungo che abbia mai letto… ma si tratta di una lettura scorrevole, interessante, variegata. La stranezza compositiva, la complessità dei personaggi, il gioco a incastro delle storie, la ricerca dei particolari per poter ricostruire la corretta linea degli eventi, il frequente cambio di voce, di ambiente e di punto di vista, la capacità quasi cinematografica di montare scene e frasi (con ellissi, con frammenti che ritornano, con “movimenti di macchina”, con flash back), il legame con una Storia troppo recente eppure troppo poco presente sono solo alcuni dei punti di forza del libro. E, se non bastasse, segnalo la presenza un po’ straniante (almeno per me) di alcune pagine interamente nere…

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