Pubblicato da: PAdBN | 13 luglio 2007

Divertirsi da morire

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«Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley, non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse più nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privati delle informazioni; Huxley, quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley, che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazioni e di bambinate. […] Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley, da ciò che amiamo».

Neil Postman, Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, 1985, ed. italiana Marsilio 2002

Partendo dalle teorie di McLuhan (“il medium è la metafora”, che crea e incide il contenuto di una cultura) e da una visione decisamente apocalittica, Postman delinea il passaggio da una visione del mondo basata sulla tipografia (ordine, consequenzialità, razionalità, importanza dell’argomentazione, criterio di veridicità) all’Era dello Spettacolo, originata col telegrafo e la fotografia e dominata dalla televisione. La diffusione quotidiana delle notizie e la visualizzazione dei protagonisti ha reso la gente coinvolta da informazioni frammentarie e irrilevanti, su cui non ha alcun potere. E tutto diventa intrattenimento, da consumare rapidamente e dimenticare in fretta per poter passare all’intrattenimento successivo: l’informazione, la religione, la politica, l’educazione. 

Nota personale. Pur non condividendo l’impostazione (sugli stessi temi risulta molto più convincente Meyrowitz), si possono apprezzare la verve polemica, i numerosi esempi e l’ironia pungente. E la soluzione proposta nelle ultime pagine, una scuola che aiuti i giovani a «capire come interpretare i simboli della loro cultura» e le influenze dei mezzi di comunicazione, resta valida (e poco seguita…).

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Responses

  1. mah… non conosco il libro ma da come lo presenti mi sembra un po’ “vecchio” come impostazione… la morte dell’era di gutenberg e la nuova era elettrica, villaggio globale o digitale che sia da Ong a Mcluhan… si è già sentita e risentita… e forse andrebbe ripensata alla luce dei nuovi scenari internettiani con altre categorie…

  2. “Vecchio” lo è senza dubbio, e sotto certi versi superato, ma credo sia interessante, anche solo come oggetto polemico.
    Sui “nuovi scenari internettiani” sono invece un po’ più cauto… alla fine molte cose sono in perfetta continuità con la visione mcluhaniana (per esempio, che altro è la nuova televisione di YouTube se non un medium ancora più freddo e a bassa definizione della tv tradizionale?), mentre i trionfalismi alla Negroponte (“vecchio” anche lui, per carità) non resistono alla prova del tempo…

  3. Padbn, la penso come te.
    Quel che probabilmente Postman vuol dire nel testo (che leggerò quanto prima) è che un certo assetto mediatico-tecnologico è finalizzato all’ottundimento del senso critico.
    Ha quindi a che fare più che con la tecnologia o i nuovi media stricto sensu considerati, con una questione politico-sociale…


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